venerdì 26 giugno 2015

A trip to Solaria

Uno dei vantaggi della mia età (ho 47 anni), è che non pensi più: "Chissà come diventerò."
Lo sai già. Questo ti permette di fare delle valutazioni.

Sono una persona solitaria.
Sarà perché dopo essere cresciuta in un mondo molto al femminile e avendo fatto due figli maschi mi sono ritrovata circondata da uomini, a volte mi mancano certe abitudini (per capirci, mi piacerebbe anche solo avere qualcuno cui poter chiedere: "Secondo te sto meglio con la gonna carta da zucchero o quella color malva?" e NO, non sono quel tipo di donna che lo chiede al proprio maritoamico).

Capiamoci: ho degli ottimi rapporti con queste creature alte che mi girano per casa (e che in parte ho generato io); grazie al loro buon carattere mi sono anche abbastanza rasserenata e diventata persino coccolosa (loro sono l'eccezione a tutto ciò che seguirà), però volte osservo altre donne e penso: "Questa persona ha una o più amiche! Altre persone che incontra volontariamente e con le quali passa del tempo a parlare e fare cose varie!"

Mi sorprendo - persino - a desiderare di avere un'amica, qualcuno magari della mia età, con cui potrei parlare senza dover stare attenta a non creare imbarazzo, qualcuno che (grossomodo: non pretendo un mio clone) condividesse le mie idee anarcoidi e ultraliberal e non mi costringesse alla superficialità e ai silenzi diplomatici degli scambi quotidiani coi conoscenti.

E poi penso: ma comunque con questa persona dovrei uscirci. E parlarci. Probabilmente anche telefonarle. In ogni caso, frequentarla dal vivo. Uhmmm.

Io ho 47 anni e ormai so come sono.
Direi post-solariana.

Nel 1957 Isaac Asimov pubblicò il Sole Nudo, uno dei miei romanzi preferiti. Copio/incollo dalla Wiki per pigrizia:

"Il libro si concentra sugli strani costumi della società solariana, in cui il numero di abitanti è rigidamente controllato e i robot superano gli umani con un rapporto di diecimila a uno. I solariani sono educati dalla nascita a evitare il contatto umano, e vivono in immense proprietà da soli o al massimo con il coniuge, che comunque vedono durante la giornata solo per alcuni minuti, dove il rapporto è limitato a brevi conversazioni. Qualsiasi rapporto fisico è considerato non solo sgradevole dai solariani, ma persino ripugnante. La comunicazione viene effettuata soltanto attraverso trasmissioni olografiche."


Dall'adolescenza io sogno una Solaria dove ci siano oltre ai robot (che comunque adoro), anche dei gatti. E tanti libri e strumenti per scrivere.


Ora, se riuscite a dismettere i panni (per lo più) abusivi di aspiranti psicologi e di cucirmi addosso le più svariate sociopatie, cerco di spiegarmi.

Come immagino accada a tutti, ci sono persone che non mi garbano, ma con le quali mi tocca avere a che fare, e vabbé. Cerco almeno di essere educata e corretta. Ovviamente in un mondo ideale non me le porterei dietro. Bye!
A differenza di molte Brutte Persone che vedo in giro, io sinceramente non sono in grado di provare risentimento verso qualcuno solo per la banale causa di non piacere a Me. Tutto è relativo. Probabilmente alle loro mamme piacciono. O quantomeno al loro cane, se ne hanno uno. E' un problema di essenza. Io desidererei solamente liberarmene. Sono contraria alla pena di morte. Non ho lo spirito del Giustiziere. Se ne andassero pur affanculo anni luce lontano da me.

Ci sono persone che mi sono indifferenti. Occupano comunque spazio, sporcano in giro e magari sentono anche brutta musica. E no: io non sono un tipo curioso. Se ne stessero pure altrove. Grazie.

Poi ci sono persone che per fortuna mi garbano. Alcune anche parecchio. Ovviamente, secondo una tendenza diffusa, pensando di essere molto intelligente e in gamba, reputo queste persone ugualmente intelligenti ed in gamba, alcune persino più di me (credo si definisca: ammirazione). 
Il problema è che frequentarle mi stressa. Anzi: spesso capita che più mi piacciono, più io mi stressi.

Parlare dal vivo, sostenere una sincera, stimolante conversazione, mi stanca. E' difficile mantenere un buon livello qualitativo. Io sono una pessima conversatrice perché sono distratta e ho una pessima memoria. Tendo noiosamente a ripetermi. Apro un milione di incisi e dimentico quello che volevo dire. Faccio una fatica bestia ad esprimermi a parole e dopo poco sembro (e sono) stremata. 
Allora preferisco frequentare persone dotate di buon eloquio. Io so scrivere: al limite dopo posso mandargli un'email col resoconto della serata.

Il telefono poi è la mia kriptonite. Mi piacciono i cellulari e li trovo molto utili in caso di emergenza, ma non ho mai compreso questa barbarie di abilitarli alle chiamate vocali, oltre che alla messaggistica, navigazione su internet e riprese fotografiche.
Sono dolorosamente consapevole del fatto che nel mondo vaghino diverse persone giustamente risentite con me dopo che io gli ho scritto: "Ti richiamo io!" senza averlo mai più fatto. Purtroppo nella mia corteccia cerebrale ci deve essere una sorta di firewall chimico che cancella puntualmente il ricordo di queste promesse nei miei rari momenti di tempo libero, per evitarmi esperienze traumatiche. Al telefono se possibile sono peggiore che dal vivo. 
Nonostante io mi sforzi allo spasimo, il mio tono di voce oscilla fra lo scortese e lo scazzato, cosicché se pronuncio:
"Uh che bello, ti sposi!" invece suona come: "Tu e io siamo nati per morire."
Paradossalmente, riesco molto bene nelle telefonate in cui mi danno brutte notizie. Che comunque per me sono esperienze tristi di per sé.

Ora però non date la colpa al Malefico Internet. Io ero asociale molto prima dell'avvento dei pc. Ricordo benissimo la me bambina che pensava: "Ma QUESTE, non si annoiano con questi discorsi noiosi?" ascoltando pigolare liete le altre fanciulle in fiore, sentendole saltabeccare da un discorso all'altro come passeri sui rami, senza alcun costrutto a mio avviso. 

Però c'erano bambine che mi garbavano: bambine che come me leggevano tanti libri, con le quali inventavamo avventure, variazioni sulle storie lette. Persone con dei talenti particolari. Persone forti per le quali piacere agli altri è proprio l'ultimo dei problemi.
Persone autoportanti.
Persone che mi sembrava guardassero il mondo come lo guardavo io, dietro i vetri di un oblò di una navicella spaziale che oggi chiamo ironia, o meglio coscienza critica.

Sono stata fortunata perché nella mia vita credo di aver incontrato altri Solariani in esilio.
Persone che non si offendono: alle quali non importa se non le chiamo per un anno, ma sanno che se una persona mi garba (o diciamolo senza pudore: la amo), la amo per sempre, quindi anche se noi Solariani siamo assolutamente autonomi e funzionali, se ci fosse un'emergenza siamo per sempre connessi e pronti a supportarci completamente.

Ecco così che capisco che non mi serve una migliore amica con cui uscire e comunicare verbalmente fatti che mi riguardano per sperimentare prossimità. 
Non mi servono neanche le proiezioni olografiche.
Siamo post-Solariani. 
Loro sono sicuri di me e io di loro.

martedì 26 maggio 2015

Darci un taglio

Stasera preparavo la cena e ho pensato:
"Oh, come vorrei che le persone che non mi stimano, quelle a cui non piaccio, mi potessero vedere ora!"
Nella mia cucina, a cucinare.
Non per per farmi stimare, non per piacer loro, ma per il gusto di veder cadere le loro mandibole.

Cucinare è una cosa che mi riesce davvero bene.
In quei momenti, sono come un trapezista che volteggia in mezzo ai riflettori, come un illusionista che confonde la folla sorridendo.
Dimentico tutto e ho davvero il pieno controllo.

Per tacere dei momenti in cui uso la mia sconfinata collezione di coltelli.
Allora, forse, potrei persino suscitare un po' di paura.

Chi non ha mai visto come so tagliare le cose, non mi conosce davvero.

Sarà che vengo da una famiglia di chirurghi (e sotto sotto, diciamocelo, ho ricevuto vari input subliminali per diventarne uno io stessa), sarà che ho un animo scioccamente radicale, ma per anni le mie metafore preferite hanno fatto riferimento a questo argomento.

"Meglio dare un taglio netto."
"Taglia via la parte marcia per salvare il resto."
"Tu brilli, ma come una lama affilata."

Va da sé che avendone l'occasione avrei speso il prezzo necessario per una katana autentica e che il mio personaggio preferito da ragazzina era Goemon (più avanti,  Musashi Miyamoto di Vagabond).
Il mio eroe ispiratore, Cyrano; la mia vita, una consapevole sfida all'arma bianca contro un mondo di felloni armati di pistole.

 La verità, oggi?

A quasi cinquant'anni, sembra che il livello di whocares si stia alzando vertiginosamente nel mio sangue.
Con il primo effetto immediato di non desiderare più di sprecare energia per cercare versare quello di nessuno, neanche con delle lame metaforiche (che notoriamente sono più disagevoli di quelle reali, specie di quelle in ceramica, comodissime a mio avviso).

Conoscendo il mio carattere, per tutta la vita sono stata convinta che sarei diventata una di quelle vecchie signore che picchiano per strada la gente con la borsetta (eventualmente riempita di sassi, visto che ho sempre puntato all'efficienza) ed invece accade l'impensabile: mi rassereno.
Sperimento un inedito, piacevole e costante senso di libertà.

Libera ad esempio dalla categoria "Ossessioni legate all'aspetto esteriore" che negli ultimi quarant'anni ha riempito pagine e pagine della mia sconfinata lista interiore "Cose per cui tormentarti".

Invecchio fisicamente e non ho provveduto a coprire tutti gli specchi di casa di teli neri come avevo previsto.
Mi accorgo, senza essermene resa conto, di aver cominciato a preferire di essere in buona salute piuttosto che bella, e ogni giorno che mi sveglio in forma, mi sento felice.

[Un giorno magari mi libererò anche dall'ossessione di categorizzare (e sottocategorizzare) tutto, comprese le mie ossessioni, ma andiamo per gradi: un po' di OCD alla fine torna sempre utile, sia sul lavoro che per avere una casa sempre ordinata].

Un altro effetto collaterale di questo gioioso rammollimento, è che aumenta la mia tolleranza verso il prossimo (del genere "molesto"), il quale se diviene particolarmente molesto non viene più sfidato a duello, ma rabbonito con qualche buffetto al suo ego e una manciata di caramelle tirate lontano per distrarlo dalla mia persona.

Non ho più voglia di litigare.

Sorrido, persino. Spesso.

Però questo non conta, perché sorrido per i motivi di sempre.

Per rassicurare chi mi vuol bene. E viceversa.


venerdì 20 febbraio 2015

Ma che coincidenza!

Approfitto della relativa non lucidità (e della disponibilità di tempo) datomi dall'influenza stagionale per cercare di affrontare un argomento che in condizioni normali (ovvero di piena razionalità) trovo ostico: quello del Destino.

E' un argomento che non tratto volentieri semplicemente perché in questo particolare momento della mia vita ho la convinzione che stia aumentando a livello sociale la tendenza alla superstizione e all'irrazionalità. Quindi non vorrei, per così dire, contribuire all'imbarbarimento.
Quand'ero più giovane inoltre nutrivo un forte interesse per le scienze esoteriche, la mitologia e il sincretismo religioso, mentre adesso ho una visione di me stessa come di una persona orientata al razionalismo e al pragmatismo, con un'etica definita e non influenzabile, basata su scelte del tutto personali. Quindi la mia formazione culturale "sospetta" costituisce per me più un'ulteriore resistenza che uno sprone a parlare di Destino e determinismo.

Tuttavia non posso non ammettere l'esistenza nella mia esperienza di alcuni elementi ricorrenti in modo rilevante, ovvero di "coincidenze". 
Così a titolo esemplificativo e non esaustivo (anche perché altrimenti i quattro gatti che mi leggono mi fanno notare, e a ragione, che scrivo post lunghi e pesanti come una mattonazza) vorrei citarvene alcuni.

Le Risposte dall'Universo: ovvero quando tu sei preso dai tuoi pensieri domandandoti cose utilissime alla vita di tutti i giorni, come ad esempio: "Uhmm, com'è l'esatta grafia di quella parola tedesca che vuol dire gioire delle disgrazie altrui?" Passa un minuto, magari baloccandoti con lo smartphone apri facebook (o alla TV, o per radio), ed ecco in cima agli aggiornamenti un bellissimo articolo su schadenfreude e weltschmerz. Ammettiamolo: oltre alla risposta, ricevi la sensazione di un pat-pat sulla testa da parte di un universo assistente e benevolo. 
Ovviamente, oltre che di risposte, può trattarsi più in generale di soluzioni. O calzini spaiati.
"Era proprio quello che cercavo!" "Era proprio quello che stavo pensando!"
E' bello sapere che ogni tanto l'Universo è efficiente in ciò per cui esiste. Ovvero, aiutare noi.

Gli Ancora Tu: che può presentarsi con situazioni, luoghi (il cosidetto deja vu, che tuttavia viene riconosciuto come una sensazione soggettiva), ma anche con persone, sia già conosciute che nuove. 
Se sono già conosciute, occhio che non si tratti di stalking (più o meno astutamente camuffato).
Quello che però mi interessa di più, è quando conosci una persona per la prima volta e scopri che, ah però! le vostre vite si sono incrociate già miriadi di volte, nei modi più diversi. 
Attenzione: non sto parlando di quei casi in cui quella persona ha moltissime cose in comune con un'altra del vostro passato (in questo caso potrebbe trattarsi di banale coazione a ripetere ovvero, per spiegarla più semplicemente: forse vi scegliete sempre lo stesso schifido tipo di amici e partner, quindi magari rifletteteci e dateci un taglio), ma quelli in cui ci sono oggettivi elementi di coincidenza. "Uh, quindi c'eri anche tu in quel resort a Bali nel 2003! E non ci siamo incrociati!" "Anch'io tutte le volte che vado a Cannes compro il miele alla lavanda, proprio in quel banco del mercato, pensa te!" "Conosci Giovanni? Io lo conosco da quindici anni! Non ti ho mai visto con lui!
Qui è tutta una questione di ottimismo o pessimismo.
Generalmente, i giovani animi trasecolano e palpitano anche un po'. Immaginano due destini come due linee luminose che spaziano nel tempo incrociandosi in bellissime volute, finendo per unirsi.
I vecchi cinici pensano che se per tanti anni vi siete sempre schivati di poco, magari un buon motivo c'era.

I Samarcanda: i veci e magari meno veci conosceranno l'omonima ed allegrissima canzone di Vecchioni. Un soldato cavalca in capo al mondo (appunto fino a Samarcanda) per sfuggire alla Morte e la trova ad aspettarlo proprio là. Oh che fortuna.
Non so voi, ma a me è capitato raramente di fuggire o meglio voler chiudere radicalmente con qualcosa o qualcuno. Casomai ho il problema di gestire dei rapporti di amicizia che tendo a far diventare omeopatici, dandoli per scontati e a causa del mio amore per la solitudine, ma non sono una persona dura e per natura evito le rotture definitive. Tuttavia è successo anche a me di chiudere del tutto con alcune persone, e a questi casi ho applicato tutto il mio perfezionismo.
Mettiamo il caso, ad esempio, che abbiate litigato definitivamente col vostro amico Mario, di Treviso: 35 anni (nato il 23 gennaio), alto 1:82, capelli rossi, piastrellista. Mario vi piaciucchiava, confessatelo. Ma avete litigato, ferocemente, e tanto basta. Con la morte nel cuore buttate tutti i suoi regali, cancellate il suo numero dal cellulare, eliminate le sue email, lo cancellate dai contatti, pregate gli amici comuni di non parlarvene mai più.
Dopo dieci giorni avete già conosciuto tre Marii. Quattro tipi di 35 anni. Dopo un mese, ad una cena vi presentano uno davvero simpatico. Già prima del dolce vi dice allegramente di essere nato il 23 di gennaio. Non lo stesso anno di Mario, ma insomma! Il giorno dopo oltretutto, quella bastarda della vostra amica che vi ha portato fuori a cena vi chiama e durante la telefonata dicendovi di dover rifare il bagno vi chiede se conoscete un buon piastrellista. Attaccate incazzate.
Vi riprendete grazie all'autoironia e non ci pensate più. Dopo sei mesi partecipate ad un evento figherimmo di degustazione vini. Ad un tratto vi girate e vi manca il respiro. Lo standista è rosso di capelli, alto poco più di 1:80 e sembra il sosia di Mario. "Signorina, deve provare questo Merlot trevigiano, è il meglio!" Ancora si starà chiedendo perché lo avete mandato a fare in culo.

Conclusione: Io ho smesso di interrogarmi sul significato profondo di parole come Destino, o Karma, o Kismet. Il passare del tempo impone una certa praticità nell'impostazione del proprio pensiero, ed attualmente sono persuasa che il miglior fine cui indirizzare il pensiero sia la semplice felicità. 
Sono abbastanza convinta che le coincidenze risultino dai fattori della realtà che maggiormente colpiscono la nostra attenzione, ovvero ci interessano. 
Quindi per amor di sintesi vorrei formulare il mio pensiero in un banale esempio / consiglio: se ci colpisce una persona perché il suo dolce preferito è il profiterole, non voglio arrivare a parlare di problema irrisolto, ma è assai probabile che in noi ci sia ancora vivo un interesse, un sentimento di qualsiasi natura verso qualcuno cui piaceva il profiterole. Forse la soluzione di recuperare la prima persona cui piaceva il profiterole e "risolvere" quel sentimento è ormai impraticabile, ma rifletterci e risolverlo da soli rendendocene consapevoli senz'altro lo è.
Carlos Ruiz Zafón ha scritto: "Le coincidenze sono le cicatrici del destino." Al di là di ciò che ognuno possa leggere in questo, io credo che è nel momento in cui opponiamo resistenza che creiamo i maggiori inganni per noi stessi.
Le "coincidenze" possono essere quindi utili indizi per capire alcune questioni del passato in sospeso; dannose in quanto pregiudizi, a mio avviso, se non correttamente valutate nel contesto nel quale sono state rilevate. 
Perché credo che la meraviglia di poter vivere il presente sia poter vivere le novità: poter ascoltare una musica nuova trovandoci frasi inedite, senza farci guastare questo piacere dal passato.
Credo che questo sia il senso che ho dato all'espressione "costruire il proprio destino".


lunedì 5 gennaio 2015

Viaggiare leggeri

Quand'ero giovane desideravo cose e persone.
Desideravo acquisire risultati, ottenere cose; con-quistare, acquisire, portare dalla mia parte persone fra le più diverse.
Ora mi ritrovo ad apprezzare ed elogiare l'assenza.

Ho accumulato cose che francamente non mi servivano a niente.
Le cose inutili, anche se sono belle o rare o costose, sono ciarpame.
Se consideriamo che la vita è a termine e le cose sono fatte per servirla, e questa è una visione che da giovane non hai, ma nello scorrere del tempo acquisisci (con un po' di fortuna ed impegno).

Le cose che ci servono realmente, che possiamo utilizzare ogni giorno per vivere felici non sono davvero molte e possiedono una bellezza e una pulizia incomparabile. Nasciamo e viviamo in un mondo che ci dice e ripete: "Prendi!" in ogni momento. Solo facendo spazio ed ordine possiamo riuscire a cominciare a capire. Per ogni cosa inutile di cui ci liberiamo, facciamo ordine e spazio per noi stessi, per capire cosa ci serve realmente.

Ho speso non poca fatica a liberarmi di alcune persone inutili o dannose per me.
Fatica estrema, in quanto oltretutto considerare una persona "inutile" o addirittura "dannosa" è del tutto contrario alle mie linee guida. Ho superato questa difficoltà considerandole non inutili o dannose di per sé, ma alla mia felicità. Incompatibili per essenza.

Ho dovuto spendere così tanto del tempo a mia disposizione per gestire i contrasti e i sabotaggi di persone che mi si sono opposte (e mi si oppongono) per essenza: per avere ciò che io ho o che credono che io abbia, per "antipatia"; soprattutto, per "contenere" le mie azioni e il mio essere, limitarmi, annullarmi, come inconsapevoli anticorpi esistenziali.

Così ho imparato enormemente ad apprezzare chi, non essendo compatibile con me, semplicemente mi ignora. Chi vedendomi impegnare il mio tempo in qualcosa che ritengo utile, vive in un mondo parallelo dove io non esisto poiché per essenza fra noi non ci sono punti di contatto e cooperazione.

Cerco la risonanza su linee comuni, l'unica utile. Cerco il dialogo con chi ha superato la visione limitata dell'importanza relativa degli obiettivi temporanei e ha raggiunto la consapevolezza dello scorrere del tempo.

La paura, l'avidità, l'invidia, l'aggressività delle persone incompatibili sono sassi appesi addosso che ci impediscono di viaggiare leggeri. Bisogna schivarli quanto più possibile o liberarsene in fretta.

Oggi comprendo lo sguardo, a metà fra lo spazientito e il compassionevole, che mi rivolgevano le persone più avanti negli anni quando io giovane mordevo maldestramente il freno all'idea di superarli, nel tentativo di avere ciò che avevano loro.

Oggi elogio l'assenza e la leggerezza.


venerdì 5 dicembre 2014

L'Inferno

L'altra sera nella sala d'attesa del mio medico sotto le luci dei neon ho improvvisamente capito il senso della Divina Commedia di Dante.
Chi l'avrebbe mai detto? Finalmente, se posso far appello al senso etimologico del termine, sono riuscita a com-prenderlo: a farlo mio.

Pur essendo stata, posso dirlo, una studentessa di lettere dai conseguimenti ottimi, ho sempre ritenuto la Divina Commedia (ahimè al pari dei Promessi Sposi) una mattonazza disumana, una tortura somministrata agli studenti sanzionabile a livello internazionale.

Eppure dopo tanti anni, alla fine mi è servito a capire qualcosa di importante della mia vita. Certo: unitamente al Buddismo e diversi altri buoni libri e Maestri, però è servito.

Ritrovarsi perduti in una selva oscura.

In teoria, non dovrebbe essere difficile da capire che in alcuni particolari momenti ti sta succedendo qualcosa di brutto, ma dipende dal carattere.
C'è gente che se si spezza un'unghia chiama il babbo il lacrime e riempie facebook di post dolenti per farsi consolare.
Ci sono altri che se il babbo gli muore e nello stesso giorno vengono piantati e gli investono il cane, si stringono nelle spalle e dicono: Uh, ma che giornata.

Il fatto è che a tutti può capitare un evento negativo, poi magari un altro. E un altro ancora. Ma ognuno ha i suoi limiti. E non tutti sanno riconoscerli.
Così accade che passo dopo passo, inciampando, ti puoi ritrovare perduto. E di prendere una strada che scendendo più o meno lentamente ti porta verso l'Inferno.

Ora trovo che qui il buon vecchio Dante se la sia cavata con poco rappresentando dannati e satanassi, perché l'ovvia realtà è che sia i dannati che i demoni di questo tipo di Inferno siamo noi stessi.

Quando inizia una crisi è un po' tutto concesso 
Come no?
Io so perfettamente quando sono scesa all'Inferno nella mia vita.
Alcune volte, per fortuna ben distanziate negli anni ma nette. Ogni volta, sono stata pessima.
A chi è andata meglio, l'ho allontanato nel silenzio per sempre o molto a lungo da me.
A chi è andata peggio, l'ho allontanato massacrandolo a parole (e possibilmente per scritto, essendo il mio mezzo d'espressione elettivo, come dire, "Giacché mi va d'ucciderti guarda: scelgo il fioretto per farlo ben a modo, contento?").
A posteriori, la me sana non si giustifica dicendo che erano solo parole, ("Maddai! Non sei mai mica passata ai fatti; non hai mai rubato, ucciso, incendiato macchine o anche solo messo sale in un caffè!").
Ho agito male eccome. Perché parlare è fare qualcosa e le parole possono far male,
Inoltre, coloro ai quali è andata peggio erano quelli cui tenevo di più.
Persone a cui volevo bene, che credo mi volessero bene (credo, perché dopo il mio metodo verballodovico dubito che se lo ricordino anche, di avermi voluto bene).
Alcuni mi hanno perdonata (incredibilmente, occorre dire). Altri no. Ad altri non ho neanche chiesto: persino io non ho avuto il coraggio (e sì che in alcuni casi ero giovane e più ben più sfrontata di oggi).

Una volta uno di loro mi ha fatto la stessa domanda che per anni mi sono fatta (dolorosamente) io stessa:
"Perché te la prendi così proprio con me (che ti voglio bene)?"

Con un'immaturità emotiva terrificante, ora finalmente l'ho com-preso.
Perché, mio caro (miei cari), ero all'Inferno. Dove tutto è caos e sofferenza, tutto è il contrario di tutto e niente è vero.
E lì avevo paura di perderti, essendomi persa.

Non è facile per nessuno incontrare qualcuno di cui fidarsi e da amare, tanto che quando lo si trova  si corre anche questo rischio: di attribuirgli responsabilità non sue.

Però nessuno, per quanto fidato ed amato, può essere il nostro Virgilio, colui che è in grado di farci da guida e scortarci al salvo lontano dai nostri demoni.

Virgilio siamo noi: le nostre esperienze, le nostre idee, i nostri valori, il nostro coraggio.
Attribuendo questo ruolo a qualcun altro otteniamo solo di generare ansia, delusione e risentimento, ovvero cibo a palate per il nostro Demone della Rabbia e dell'Ingiustizia, che mieterà vittime intorno a noi facendo terra bruciata con più efficienza del napalm.
Non siamo giustificati nel comportarci come una folla inferocita dalla paura che nei momenti di crisi manda al patibolo i propri Eletti e demolisce le statue dei propri Idoli nei quali aveva riposto le proprie speranze. Occorre rimboccarsi le maniche, assumersi le proprie responsabilità ed uscire dai guai con le proprie forze.

Ho capito che bisogna capire i passi falsi che possono portare qualcuno a perdersi in un Inferno.
Quando ci sei, riconoscerlo e non negarlo per affrontarlo con consapevolezza.
In realtà i momenti difficili, le "prove del fuoco", sono funzionali nella nostra vita e se affrontate correttamente ogni volta ne possiamo uscire rafforzati e migliori come guide sia per noi stessi che per gli altri.

Non esistono solo grandi Inferni nella vita, ma anche piccoli insidiosi inferni quotidiani.
Rotture, malumori, difficoltà:  da evitare per quanto possibile, oppure da affrontare senza farli scontare agli altri, meno che mai le persone più vicine a noi.

E infine, un ultimo spunto.
Se rovesciamo questa visione infernale, cosa diventa? Il Paradiso e la luce gloriosa delle stelle. Questo è il senso in positivo del sostegno che possiamo dare ed avere con chi amiamo.
Un paio d'ali in più per volare più in alto.


giovedì 28 agosto 2014

S'io fossi nata principessa

S'io fossi nata principessa,
com'ero pressappoco convinta di essere nei primi anni della mia vita grazie ai miei nonni, o contessa, o dotata di qualche titolo nobiliare minore ma che comunque mi avesse garantito una posizione privilegiata in una qualche corte del mondo che fu pre unità d'Italia, ebbene io lo so: io lì avrei trovato la mia dimensione, il mio habitat naturale.

Perché io sono una persona fatta per eccellere nei micromondi: la bambina vincitrice dei premi di disegno, colei che era costretta a leggere i propri temi di fronte alla classe; l'animatrice dei circoli sportivi e festaioli, la dilettante insignita dei riconoscimenti letterari tanto prestigiosi quanto invisibili, la giocatrice di giochi di nicchia che arriva in cima alle classifiche, ma solo ridendo e scherzando.

S'io fossi nata principessa, o poco meno, avrei brillato nella mia piccola corte.

I nobili del mio entourage m'avrebbero ricoperta di gentilezze e complimenti; qualche cantore al soldo di mio padre probabilmente m'avrebbe dedicato una canzone e se ci fosse stato un pittore avrei avuto anche più di un quadro per abbellirmi, o una statua, o almeno il calco delle mie mani (che non sono male, a detta dei più), a seconda dei tempi e delle mode.

Con un po' di fortuna, se alla nostra corte avesse gravitato qualche insigne poeta, sarei stata menzionata in un sonetto minore, destinato a prendere posto non dico nei programmi scolastici, ma almeno in qualche antologia.

Perché io sono una diva relativa: una femmina alfa che non approfondisce, ma che come una farfalla si posa da sempre su quello che fa giusto per il tempo di risplenderci un po', usando su ogni fiore una stilla di vanità e perfezionismo.

Vanità: fra noi ci capiamo. Noi che usiamo queste eccelse capacità non per prevalere, ma solo per risplendere, ovvero per donare luce. Chi sa guardare, sa vedere che forse in fondo non siamo stelle, ma più simili ad orfani dickensiani. Piccoli principi straccioni, con le mani piene del proprio oro, in gesto di offerta.

"Guarda cosa ho fatto. Non è bello? E' per te. Guardami ora. Non sono bravo? Mi vuoi bene?"

Poi siamo cresciuti e un giorno senza rendercene conto abbiamo smesso di chiedere, ma le abitudini sono dure a morire. E noi continuiamo a brillare per abitudine.

Perfezionismo: c'è chi dice che sia il primo passo verso l'autodistruzione. A questo non so rispondere.
So che a volte in un mondo dove in alcuni momenti tutto sembra andare alla deriva senza senso, le cose fatte bene restituiscono il senso. Ti possono ridare serenità e l'impressione di aver fatto qualcosa di bello e utile.

Non sono nata principessa. Non vivo in una piccola corte. Percepisco il mondo intorno a me nella sua complessità e vedo perfettamente persone più intelligenti, più belle, più brillanti, con più talento di me.
Il mio sistema morale mi dice che questa è una cosa buona, perché il mondo in questo modo mi fornisce dei modelli per migliorare ogni giorno.
Anche se così non sarò mai protetta dalla mia ignoranza.
Ogni giorno pur conoscendo il mio reale valore, dovrò sobbarcarmi l'immane peso della mia consapevolezza per poter comunque riuscire a sorridere, alzarmi in volo e cercare di brillare. Relativamente.


giovedì 21 agosto 2014

Una certa nostalgia (minipost estivo)

Negli ultimi anni ho visto chiudere tanti negozi blockbuster.
Me lo ricorda spesso la triste visione che ho passando in una piazza vicina a dove abito, dove un grande blockbuster che faceva angolo ha ceduto il posto ad un altrettanto enorme negozio di parafarmacia.
Dove una volta si aggiravano i cinefili, ora fanno shopping gli ipocondriaci.

Su questo argomento mi trovate un tantino piccata perché io ero una cliente affezionata di blockbuster.

Nei primi anni duemila, quando abitavo a Reggio Emilia nel mio deposito di biciclette, a volte il venerdì sera uscendo dal lavoro andavo direttamente lì. Affittavo 2-3 DVD e compravo una congrua quantità di junk food per accompagnarli.

Ora, vi dirò...
Non gioverà alla mia immagine, ma mi viene dal cuore: in alcune di quelle serate passate sulla mia poltrona davanti al monitor del portatile, a farmi maratone di film mangiando pizza scongelata, gelato dal mastellino e popcorn al caramello, io ho conosciuto la felicità assoluta.

Con buona pace di qualsiasi filosofia.