venerdì 20 febbraio 2015

Ma che coincidenza!

Approfitto della relativa non lucidità (e della disponibilità di tempo) datomi dall'influenza stagionale per cercare di affrontare un argomento che in condizioni normali (ovvero di piena razionalità) trovo ostico: quello del Destino.

E' un argomento che non tratto volentieri semplicemente perché in questo particolare momento della mia vita ho la convinzione che stia aumentando a livello sociale la tendenza alla superstizione e all'irrazionalità. Quindi non vorrei, per così dire, contribuire all'imbarbarimento.
Quand'ero più giovane inoltre nutrivo un forte interesse per le scienze esoteriche, la mitologia e il sincretismo religioso, mentre adesso ho una visione di me stessa come di una persona orientata al razionalismo e al pragmatismo, con un'etica definita e non influenzabile, basata su scelte del tutto personali. Quindi la mia formazione culturale "sospetta" costituisce per me più un'ulteriore resistenza che uno sprone a parlare di Destino e determinismo.

Tuttavia non posso non ammettere l'esistenza nella mia esperienza di alcuni elementi ricorrenti in modo rilevante, ovvero di "coincidenze". 
Così a titolo esemplificativo e non esaustivo (anche perché altrimenti i quattro gatti che mi leggono mi fanno notare, e a ragione, che scrivo post lunghi e pesanti come una mattonazza) vorrei citarvene alcuni.

Le Risposte dall'Universo: ovvero quando tu sei preso dai tuoi pensieri domandandoti cose utilissime alla vita di tutti i giorni, come ad esempio: "Uhmm, com'è l'esatta grafia di quella parola tedesca che vuol dire gioire delle disgrazie altrui?" Passa un minuto, magari baloccandoti con lo smartphone apri facebook (o alla TV, o per radio), ed ecco in cima agli aggiornamenti un bellissimo articolo su schadenfreude e weltschmerz. Ammettiamolo: oltre alla risposta, ricevi la sensazione di un pat-pat sulla testa da parte di un universo assistente e benevolo. 
Ovviamente, oltre che di risposte, può trattarsi più in generale di soluzioni. O calzini spaiati.
"Era proprio quello che cercavo!" "Era proprio quello che stavo pensando!"
E' bello sapere che ogni tanto l'Universo è efficiente in ciò per cui esiste. Ovvero, aiutare noi.

Gli Ancora Tu: che può presentarsi con situazioni, luoghi (il cosidetto deja vu, che tuttavia viene riconosciuto come una sensazione soggettiva), ma anche con persone, sia già conosciute che nuove. 
Se sono già conosciute, occhio che non si tratti di stalking (più o meno astutamente camuffato).
Quello che però mi interessa di più, è quando conosci una persona per la prima volta e scopri che, ah però! le vostre vite si sono incrociate già miriadi di volte, nei modi più diversi. 
Attenzione: non sto parlando di quei casi in cui quella persona ha moltissime cose in comune con un'altra del vostro passato (in questo caso potrebbe trattarsi di banale coazione a ripetere ovvero, per spiegarla più semplicemente: forse vi scegliete sempre lo stesso schifido tipo di amici e partner, quindi magari rifletteteci e dateci un taglio), ma quelli in cui ci sono oggettivi elementi di coincidenza. "Uh, quindi c'eri anche tu in quel resort a Bali nel 2003! E non ci siamo incrociati!" "Anch'io tutte le volte che vado a Cannes compro il miele alla lavanda, proprio in quel banco del mercato, pensa te!" "Conosci Giovanni? Io lo conosco da quindici anni! Non ti ho mai visto con lui!" 
Qui è tutta una questione di ottimismo o pessimismo.
Generalmente, i giovani animi trasecolano e palpitano anche un po'. Immaginano due destini come due linee luminose che spaziano nel tempo incrociandosi in bellissime volute, finendo per unirsi.
I vecchi cinici pensano che se per tanti anni vi siete sempre schivati di poco, magari un buon motivo c'era.

I Samarcanda: i veci e magari meno veci conosceranno l'omonima ed allegrissima canzone di Vecchioni. Un soldato cavalca in capo al mondo (appunto fino a Samarcanda) per sfuggire alla Morte e la trova ad aspettarlo proprio là. Oh che fortuna.
Non so voi, ma a me è capitato raramente di fuggire o meglio voler chiudere radicalmente con qualcosa o qualcuno. Casomai ho il problema di gestire dei rapporti di amicizia che tendo a far diventare omeopatici, dandoli per scontati e a causa del mio amore per la solitudine, ma non sono una persona dura e per natura evito le rotture definitive. Tuttavia è successo anche a me di chiudere del tutto con alcune persone, e a questi casi ho applicato tutto il mio perfezionismo.
Mettiamo il caso, ad esempio, che abbiate litigato definitivamente col vostro amico Mario, di Treviso: 35 anni (nato il 23 gennaio), alto 1:82, capelli rossi, piastrellista. Mario vi piaciucchiava, confessatelo. Ma avete litigato, ferocemente, e tanto basta. Con la morte nel cuore buttate tutti i suoi regali, cancellate il suo numero dal cellulare, eliminate le sue email, lo cancellate dai contatti, pregate gli amici comuni di non parlarvene mai più.
Dopo dieci giorni avete già conosciuto tre Marii. Quattro tipi di 35 anni. Dopo un mese, ad una cena vi presentano uno davvero simpatico. Già prima del dolce vi dice allegramente di essere nato il 23 di gennaio. Non lo stesso anno di Mario, ma insomma! Il giorno dopo oltretutto, quella bastarda della vostra amica che vi ha portato fuori a cena vi chiama e durante la telefonata dicendovi di dover rifare il bagno vi chiede se conoscete un buon piastrellista. Attaccate incazzate.
Vi riprendete grazie all'autoironia e non ci pensate più. Dopo sei mesi partecipate ad un evento figherimmo di degustazione vini. Ad un tratto vi girate e vi manca il respiro. Lo standista è rosso di capelli, alto poco più di 1:80 e sembra il sosia di Mario. "Signorina, deve provare questo Merlot trevigiano, è il meglio!" Ancora si starà chiedendo perché lo avete mandato a fare in culo.

Conclusione: Io ho smesso di interrogarmi sul significato profondo di parole come Destino, o Karma, o Kismet. Il passare del tempo impone una certa praticità nell'impostazione del proprio pensiero, ed attualmente sono persuasa che il miglior fine cui indirizzare il pensiero sia la semplice felicità. 
Sono abbastanza convinta che le coincidenze risultino dai fattori della realtà che maggiormente colpiscono la nostra attenzione, ovvero ci interessano. 
Quindi per amor di sintesi vorrei formulare il mio pensiero in un banale esempio / consiglio: se ci colpisce una persona perché il suo dolce preferito è il profiterole, non voglio arrivare a parlare di problema irrisolto, ma è assai probabile che in noi ci sia ancora vivo un interesse, un sentimento di qualsiasi natura verso qualcuno cui piaceva il profiterole. Forse la soluzione di recuperare la prima persona cui piaceva il profiterole e "risolvere" quel sentimento è ormai impraticabile, ma rifletterci e risolverlo da soli rendendocene consapevoli senz'altro lo è.
Carlos Ruiz Zafón ha scritto: "Le coincidenze sono le cicatrici del destino." Al di là di ciò che ognuno possa leggere in questo, io credo che è nel momento in cui opponiamo resistenza che creiamo i maggiori inganni per noi stessi.
Le "coincidenze" possono essere quindi utili indizi per capire alcune questioni del passato in sospeso; dannose in quanto pregiudizi, a mio avviso, se non correttamente valutate nel contesto nel quale sono state rilevate. 
Perché credo che la meraviglia di poter vivere il presente sia poter vivere le novità: poter ascoltare una musica nuova trovandoci frasi inedite, senza farci guastare questo piacere dal passato.
Credo che questo sia il senso che ho dato all'espressione "costruire il proprio destino".


lunedì 5 gennaio 2015

Viaggiare leggeri

Quand'ero giovane desideravo cose e persone.
Desideravo acquisire risultati, ottenere cose; con-quistare, acquisire, portare dalla mia parte persone fra le più diverse.
Ora mi ritrovo ad apprezzare ed elogiare l'assenza.

Ho accumulato cose che francamente non mi servivano a niente.
Le cose inutili, anche se sono belle o rare o costose, sono ciarpame.
Se consideriamo che la vita è a termine e le cose sono fatte per servirla, e questa è una visione che da giovane non hai, ma nello scorrere del tempo acquisisci (con un po' di fortuna ed impegno).

Le cose che ci servono realmente, che possiamo utilizzare ogni giorno per vivere felici non sono davvero molte e possiedono una bellezza e una pulizia incomparabile. Nasciamo e viviamo in un mondo che ci dice e ripete: "Prendi!" in ogni momento. Solo facendo spazio ed ordine possiamo riuscire a cominciare a capire. Per ogni cosa inutile di cui ci liberiamo, facciamo ordine e spazio per noi stessi, per capire cosa ci serve realmente.

Ho speso non poca fatica a liberarmi di alcune persone inutili o dannose per me.
Fatica estrema, in quanto oltretutto considerare una persona "inutile" o addirittura "dannosa" è del tutto contrario alle mie linee guida. Ho superato questa difficoltà considerandole non inutili o dannose di per sé, ma alla mia felicità. Incompatibili per essenza.

Ho dovuto spendere così tanto del tempo a mia disposizione per gestire i contrasti e i sabotaggi di persone che mi si sono opposte (e mi si oppongono) per essenza: per avere ciò che io ho o che credono che io abbia, per "antipatia"; soprattutto, per "contenere" le mie azioni e il mio essere, limitarmi, annullarmi, come inconsapevoli anticorpi esistenziali.

Così ho imparato enormemente ad apprezzare chi, non essendo compatibile con me, semplicemente mi ignora. Chi vedendomi impegnare il mio tempo in qualcosa che ritengo utile, vive in un mondo parallelo dove io non esisto poiché per essenza fra noi non ci sono punti di contatto e cooperazione.

Cerco la risonanza su linee comuni, l'unica utile. Cerco il dialogo con chi ha superato la visione limitata dell'importanza relativa degli obiettivi temporanei e ha raggiunto la consapevolezza dello scorrere del tempo.

La paura, l'avidità, l'invidia, l'aggressività delle persone incompatibili sono sassi appesi addosso che ci impediscono di viaggiare leggeri. Bisogna schivarli quanto più possibile o liberarsene in fretta.

Oggi comprendo lo sguardo, a metà fra lo spazientito e il compassionevole, che mi rivolgevano le persone più avanti negli anni quando io giovane mordevo maldestramente il freno all'idea di superarli, nel tentativo di avere ciò che avevano loro.

Oggi elogio l'assenza e la leggerezza.


venerdì 5 dicembre 2014

L'Inferno

L'altra sera nella sala d'attesa del mio medico sotto le luci dei neon ho improvvisamente capito il senso della Divina Commedia di Dante.
Chi l'avrebbe mai detto? Finalmente, se posso far appello al senso etimologico del termine, sono riuscita a com-prenderlo: a farlo mio.

Pur essendo stata, posso dirlo, una studentessa di lettere dai conseguimenti ottimi, ho sempre ritenuto la Divina Commedia (ahimè al pari dei Promessi Sposi) una mattonazza disumana, una tortura somministrata agli studenti sanzionabile a livello internazionale.

Eppure dopo tanti anni, alla fine mi è servito a capire qualcosa di importante della mia vita. Certo: unitamente al Buddismo e diversi altri buoni libri e Maestri, però è servito.

Ritrovarsi perduti in una selva oscura.

In teoria, non dovrebbe essere difficile da capire che in alcuni particolari momenti ti sta succedendo qualcosa di brutto, ma dipende dal carattere.
C'è gente che se si spezza un'unghia chiama il babbo il lacrime e riempie facebook di post dolenti per farsi consolare.
Ci sono altri che se il babbo gli muore e nello stesso giorno vengono piantati e gli investono il cane, si stringono nelle spalle e dicono: Uh, ma che giornata.

Il fatto è che a tutti può capitare un evento negativo, poi magari un altro. E un altro ancora. Ma ognuno ha i suoi limiti. E non tutti sanno riconoscerli.
Così accade che passo dopo passo, inciampando, ti puoi ritrovare perduto. E di prendere una strada che scendendo più o meno lentamente ti porta verso l'Inferno.

Ora trovo che qui il buon vecchio Dante se la sia cavata con poco rappresentando dannati e satanassi, perché l'ovvia realtà è che sia i dannati che i demoni di questo tipo di Inferno siamo noi stessi.

Quando inizia una crisi è un po' tutto concesso 
Come no?
Io so perfettamente quando sono scesa all'Inferno nella mia vita.
Alcune volte, per fortuna ben distanziate negli anni ma nette. Ogni volta, sono stata pessima.
A chi è andata meglio, l'ho allontanato nel silenzio per sempre o molto a lungo da me.
A chi è andata peggio, l'ho allontanato massacrandolo a parole (e possibilmente per scritto, essendo il mio mezzo d'espressione elettivo, come dire, "Giacché mi va d'ucciderti guarda: scelgo il fioretto per farlo ben a modo, contento?").
A posteriori, la me sana non si giustifica dicendo che erano solo parole, ("Maddai! Non sei mai mica passata ai fatti; non hai mai rubato, ucciso, incendiato macchine o anche solo messo sale in un caffè!").
Ho agito male eccome. Perché parlare è fare qualcosa e le parole possono far male,
Inoltre, coloro ai quali è andata peggio erano quelli cui tenevo di più.
Persone a cui volevo bene, che credo mi volessero bene (credo, perché dopo il mio metodo verballodovico dubito che se lo ricordino anche, di avermi voluto bene).
Alcuni mi hanno perdonata (incredibilmente, occorre dire). Altri no. Ad altri non ho neanche chiesto: persino io non ho avuto il coraggio (e sì che in alcuni casi ero giovane e più ben più sfrontata di oggi).

Una volta uno di loro mi ha fatto la stessa domanda che per anni mi sono fatta (dolorosamente) io stessa:
"Perché te la prendi così proprio con me (che ti voglio bene)?"

Con un'immaturità emotiva terrificante, ora finalmente l'ho com-preso.
Perché, mio caro (miei cari), ero all'Inferno. Dove tutto è caos e sofferenza, tutto è il contrario di tutto e niente è vero.
E lì avevo paura di perderti, essendomi persa.

Non è facile per nessuno incontrare qualcuno di cui fidarsi e da amare, tanto che quando lo si trova  si corre anche questo rischio: di attribuirgli responsabilità non sue.

Però nessuno, per quanto fidato ed amato, può essere il nostro Virgilio, colui che è in grado di farci da guida e scortarci al salvo lontano dai nostri demoni.

Virgilio siamo noi: le nostre esperienze, le nostre idee, i nostri valori, il nostro coraggio.
Attribuendo questo ruolo a qualcun altro otteniamo solo di generare ansia, delusione e risentimento, ovvero cibo a palate per il nostro Demone della Rabbia e dell'Ingiustizia, che mieterà vittime intorno a noi facendo terra bruciata con più efficienza del napalm.
Non siamo giustificati nel comportarci come una folla inferocita dalla paura che nei momenti di crisi manda al patibolo i propri Eletti e demolisce le statue dei propri Idoli nei quali aveva riposto le proprie speranze. Occorre rimboccarsi le maniche, assumersi le proprie responsabilità ed uscire dai guai con le proprie forze.

Ho capito che bisogna capire i passi falsi che possono portare qualcuno a perdersi in un Inferno.
Quando ci sei, riconoscerlo e non negarlo per affrontarlo con consapevolezza.
In realtà i momenti difficili, le "prove del fuoco", sono funzionali nella nostra vita e se affrontate correttamente ogni volta ne possiamo uscire rafforzati e migliori come guide sia per noi stessi che per gli altri.

Non esistono solo grandi Inferni nella vita, ma anche piccoli insidiosi inferni quotidiani.
Rotture, malumori, difficoltà:  da evitare per quanto possibile, oppure da affrontare senza farli scontare agli altri, meno che mai le persone più vicine a noi.

E infine, un ultimo spunto.
Se rovesciamo questa visione infernale, cosa diventa? Il Paradiso e la luce gloriosa delle stelle. Questo è il senso in positivo del sostegno che possiamo dare ed avere con chi amiamo.
Un paio d'ali in più per volare più in alto.


giovedì 28 agosto 2014

S'io fossi nata principessa

S'io fossi nata principessa,
com'ero pressappoco convinta di essere nei primi anni della mia vita grazie ai miei nonni, o contessa, o dotata di qualche titolo nobiliare minore ma che comunque mi avesse garantito una posizione privilegiata in una qualche corte del mondo che fu pre unità d'Italia, ebbene io lo so: io lì avrei trovato la mia dimensione, il mio habitat naturale.

Perché io sono una persona fatta per eccellere nei micromondi: la bambina vincitrice dei premi di disegno, colei che era costretta a leggere i propri temi di fronte alla classe; l'animatrice dei circoli sportivi e festaioli, la dilettante insignita dei riconoscimenti letterari tanto prestigiosi quanto invisibili, la giocatrice di giochi di nicchia che arriva in cima alle classifiche, ma solo ridendo e scherzando.

S'io fossi nata principessa, o poco meno, avrei brillato nella mia piccola corte.

I nobili del mio entourage m'avrebbero ricoperta di gentilezze e complimenti; qualche cantore al soldo di mio padre probabilmente m'avrebbe dedicato una canzone e se ci fosse stato un pittore avrei avuto anche più di un quadro per abbellirmi, o una statua, o almeno il calco delle mie mani (che non sono male, a detta dei più), a seconda dei tempi e delle mode.

Con un po' di fortuna, se alla nostra corte avesse gravitato qualche insigne poeta, sarei stata menzionata in un sonetto minore, destinato a prendere posto non dico nei programmi scolastici, ma almeno in qualche antologia.

Perché io sono una diva relativa: una femmina alfa che non approfondisce, ma che come una farfalla si posa da sempre su quello che fa giusto per il tempo di risplenderci un po', usando su ogni fiore una stilla di vanità e perfezionismo.

Vanità: fra noi ci capiamo. Noi che usiamo queste eccelse capacità non per prevalere, ma solo per risplendere, ovvero per donare luce. Chi sa guardare, sa vedere che forse in fondo non siamo stelle, ma più simili ad orfani dickensiani. Piccoli principi straccioni, con le mani piene del proprio oro, in gesto di offerta.

"Guarda cosa ho fatto. Non è bello? E' per te. Guardami ora. Non sono bravo? Mi vuoi bene?"

Poi siamo cresciuti e un giorno senza rendercene conto abbiamo smesso di chiedere, ma le abitudini sono dure a morire. E noi continuiamo a brillare per abitudine.

Perfezionismo: c'è chi dice che sia il primo passo verso l'autodistruzione. A questo non so rispondere.
So che a volte in un mondo dove in alcuni momenti tutto sembra andare alla deriva senza senso, le cose fatte bene restituiscono il senso. Ti possono ridare serenità e l'impressione di aver fatto qualcosa di bello e utile.

Non sono nata principessa. Non vivo in una piccola corte. Percepisco il mondo intorno a me nella sua complessità e vedo perfettamente persone più intelligenti, più belle, più brillanti, con più talento di me.
Il mio sistema morale mi dice che questa è una cosa buona, perché il mondo in questo modo mi fornisce dei modelli per migliorare ogni giorno.
Anche se così non sarò mai protetta dalla mia ignoranza.
Ogni giorno pur conoscendo il mio reale valore, dovrò sobbarcarmi l'immane peso della mia consapevolezza per poter comunque riuscire a sorridere, alzarmi in volo e cercare di brillare. Relativamente.


giovedì 21 agosto 2014

Una certa nostalgia (minipost estivo)

Negli ultimi anni ho visto chiudere tanti negozi blockbuster.
Me lo ricorda spesso la triste visione che ho passando in una piazza vicina a dove abito, dove un grande blockbuster che faceva angolo ha ceduto il posto ad un altrettanto enorme negozio di parafarmacia.
Dove una volta si aggiravano i cinefili, ora fanno shopping gli ipocondriaci.

Su questo argomento mi trovate un tantino piccata perché io ero una cliente affezionata di blockbuster.

Nei primi anni duemila, quando abitavo a Reggio Emilia nel mio deposito di biciclette, a volte il venerdì sera uscendo dal lavoro andavo direttamente lì. Affittavo 2-3 DVD e compravo una congrua quantità di junk food per accompagnarli.

Ora, vi dirò...
Non gioverà alla mia immagine, ma mi viene dal cuore: in alcune di quelle serate passate sulla mia poltrona davanti al monitor del portatile, a farmi maratone di film mangiando pizza scongelata, gelato dal mastellino e popcorn al caramello, io ho conosciuto la felicità assoluta.

Con buona pace di qualsiasi filosofia.


martedì 29 luglio 2014

Elogio della Vanità

Ero molto molto (mi duole ripeterlo: "molto") giovane, quando un pomeriggio d'estate entrando nel circolo sportivo dove passavo la maggior parte dei pomeriggi con il gruppo dei miei amici, una ragazza di cui (fortunatamente!) ho perso traccia mi disse:
"Hai qualcosa fra i denti."
"Davvero?"
"NO, ma mi piaceva vedere la tua espressione all'idea di essere imperfetta."

Riporto questo simpatico aneddoto® perché mi è rimasto impresso dopo tanti (mi duole ripeterlo: "tanti") anni, come esempio indolore dell'atteggiamento di alcune persone, antitetico al mio e per me abbastanza incomprensibile.

Io mi sveglio la mattina, come tutti gli esseri umani ancora vivi (per nostra fortuna, yippie). 
Che abbia ancora sonno o meno, impegno una porzione del mio tempo a rendere il mio aspetto oltreché presentabile, ragionevolmente (nei limiti, capiamoci) gradevole. 
Abbino i colori dei miei vestiti. Faccio in modo che sia loro che la mia persona siano puliti, in modo da non emettere cattivi odori.  Anzi, a dirla tutta, personalmente mi piace profumare. Senza esagerare.

Dopo aver fatto colazione mi lavo i denti, pressappoco per gli stessi motivi. Controllo di essere in ordine e al mio meglio.

Esco, mi incammino e cerco di tenere un comportamento civile.
Se produco pattume, lo lascio negli appositi raccoglitori, non lo butto in mezzo alla strada. 
Se incrocio delle persone camminando, non le contrasto a spallate ma mi scanso, cercando di favorire la circolazione.
Se qualcosa mi contraria, non do in escandescenze urlando il mio disappunto al mondo, ma neanche esprimendolo ad alta voce con insulti o maledizioni o improperi come un ubriaco in fase aggressiva dopo tre cartoni di tavernello. 

Ora, confortatemi su un punto.
Tutto questo è normale, vero?

Il fatto è che io sono stata educata a comportarmi così. Mi è stato insegnato che con le persone, in generale, è buona regola cercare di risultare il più possibile gradevoli. 

Poi, a seconda del livello di intimità che si ha in un rapporto ci si possono permettere delle libertà come la confidenza e la familiarità, pur sempre nel rispetto, ovvero nella misura in cui la propria libertà non limita quella dell'altro (il che a volte può anche voler dire: non lo mette a disagio). Tutto questo ovviamente nei nostri limiti, giacché siamo umani per cui non infallibili, ma il principio dovrebbe essere questo.

E allora potreste spiegarmi perché da sempre incontro persone a cui la gradevolezza (che oltretutto non viene gratis, e chi sorride lo sa bene) appare come ipocrisia, vanità, idiozia, in pratica come una cosa negativa?
Ma ancor di più, davvero queste persone fustigatrici della stilosità, fautrici della spontaneità e fan del parlacomemagni riescono a sostenere nella pratica che il contrario sia giusto?

Allora, visto che scrivo su internet, lasciatemi fare un paragone quanto mai  prossimo. 
Uso facebook da anni. Lo guardo quasi tutti i giorni. Ultimamente, devo ammettere, di meno.

Entro e vedo: persone che postano foto di sé stessi, della propria famiglia, delle cose che amano, che li hanno resi felici, che li rendono fieri; cose in cui credono, che gli piacciono. Cose anche stupide, ma che li divertono.
Poi vedo persone che postano insulti verso altre persone; lamentele. Polemiche. Odio. 
Badate: NON parlo di cause sociali o civili (che comunque esprimono qualcosa in cui si crede), parlo dell'odio spicciolo e gnagneroso verso "quello che mi ha fregato il parcheggio" o "la collega stronza".

INDOVINATE CHI PREFERISCO IO?

E lo so, avrò dei gusti da bionda retrò. Sarà che mi annovero consapevolmente, volontariamente fra i colpevoli. Sarà che fra i miei tanti difetti non c'è l'invidia, sarà che più che vanità io ci vedo la positività, ma io non smetterò mai stare dalla parte di chi comunque offre al mondo e condivide il meglio che può offrire, piuttosto che la propria spazzatura.


martedì 8 luglio 2014

La Pace e la Luce

"Ma perché non ve lo portate con voi, nella luce?" 
"Non ha meritato la luce, ha meritato la pace"

Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita


Torno a casa attraversando un bellissimo parco condominiale dove sotto gli alberi ad alto fusto alcuni giovani merli saltellano sui prati verdi perfettamente tenuti.
Nel resto del norditalia si stanno scatenando tuoni fulmini e saette, con picchi creativi come trombe d'aria, grandine ed inondazioni, ma non qui: che ci crediate o no, qui c'è il sole.
Però con una temperatura fresca gradevolissima.

Arrivo al mio appartamento all'ultimo piano, apro le finestre sul mio terrazzo pieno di piante.
A casa c'è mio figlio maggiore: evoluto, affettuoso, educato, già laureato in psicologia, sta studiando per specializzarsi. Le mie tre gatte mi vengono incontro per salutarmi, placide e carezzevoli.

Dopo tanti traslochi, ho arredato questa casa esattamente come avevo in mente e mi siedo nel salotto, decisamente confortevole, davanti al mio portatile.
Relax. Sono un po' stanca. Da qualche settimana sto facendo al lavoro delle attività piuttosto impegnative che mi assorbono, però tutto sommato ne sono soddisfatta. Ho un lavoro solido e svolgo mansioni che trovo stimolanti. Conosco la maggior parte dei miei colleghi da tanto tempo, li stimo, e il clima è ottimo.
Più tardi arriverà mio marito: fra un'oretta potrei mettermi a preparare la cena, ma so già che se non avessi voglia, mi basterebbe chiederglielo per farci portare qualsiasi cosa di reperibile già pronto.

Ora, vorrei confessare una cosa. La cosa ridicola è che quasi mi vergogno ad ammetterlo.

In questo momento mi sento incredibilmente serena.

Tutta la vita ho detto di essere una persona inquieta. Di non amare la routine, la stabilità, le sicurezze.
Che la coerenza non era il mio forte. Che io sono un'artista. Undivaga. Bohemienne.

Mi sa che è ora che ci dia un taglio.

La verità è che io predico male e razzolo bene.

E' vero che non ho mai avuto paura di eliminare drasticamente le cose che non funzionavano dalla mia vita, ma a guardare bene l'ho sempre fatto per perseguire quello che ritenevo il meglio. E per questo, ho sempre lottato con tutte le mie forze, senza esitazioni. Soprattutto contro me stessa.

Perché oltretutto (altra dolorosissima ammissione) pur nella mia guasconeria (anch'essa dettata dalla vanità), ho e ho avuto fifa di scegliere e cambiare come qualsiasi essere umano, e non conosco nessuno più bravo di me ad autosabotarsi. Io sotto stress posso sviluppare una capacità distruttiva formidabile. Posso prendere l'ineffabile saggezza che ho appreso dai libri, rigirarla e all'occorrenza trasformarla in veleno puro, o meglio in napalm, che spargo per ettari intorno in una situazione esistenziale. 
Però per fortuna, la stessa tenacia quasi surreale riesco poi ad applicarla nel verso giusto, se motivata.

Ho fatto scelte correndo rischi apparentemente assurdi, ma guarda caso sempre verso situazioni migliori.
Verso la cosa migliore in assoluto che mi sia capitata nella vita, ovvero la maternità; verso persone ottime che mi hanno amata moltissimo; verso lavori ed esperienze che mi hanno dato tanto.

Chi mi conosce lo sa: ho compiuto gesti azzardati, ma guarda caso sempre in fuga da situazioni negative.

Allora forse è ora, alla mia tenera età, di deporre la vanità di certi miti adolescenziali e fare un doveroso distinguo. Il mio schifo per la stabilità, credo fosse per le situazioni che mi facevano stabilmente schifo.

Ho sbagliato per anni nel confondere questo senso di ripulsa verso realtà che non mi soddisfacevano per una ripulsa cronica. Negli anni, un bravo pilota dovrebbe imparare a governare l'abbrivio e fermarsi dove e quando vuole. E lì sostare, seppur sempre con gli occhi aperti, pronto a ripartire quando lo desidera.

La fuga perpetua non è un errore inferiore all'eterna stasi.

Le persone smaniose, ipercritiche, ansiose non vivono meglio degli statici, dei rassegnati, dei passivi. E spesso rischiano di passare da un eccesso all'altro, disperdendo le proprie energie giorno per giorno.

Ultimamente ho capito questo: il benessere quotidiano che ho passato la maggior parte della mia vita a vituperare, conta. Conta per raccogliere energie. Conta per acquistare serenità. Conta per poter essere lucidi. E con energia, serenità, lucidità, poter comprendere i veri passi successivi da intraprendere per salire di livello, e forse anche per sgombrare il terreno per quel cammino.

La Pace non è l'antitesi della Luce: può essere uno stato necessario per arrivarci.