lunedì 5 gennaio 2015

Viaggiare leggeri

Quand'ero giovane desideravo cose e persone.
Desideravo acquisire risultati, ottenere cose; con-quistare, acquisire, portare dalla mia parte persone fra le più diverse.
Ora mi ritrovo ad apprezzare ed elogiare l'assenza.

Ho accumulato cose che francamente non mi servivano a niente.
Le cose inutili, anche se sono belle o rare o costose, sono ciarpame.
Se consideriamo che la vita è a termine e le cose sono fatte per servirla, e questa è una visione che da giovane non hai, ma nello scorrere del tempo acquisisci (con un po' di fortuna ed impegno).

Le cose che ci servono realmente, che possiamo utilizzare ogni giorno per vivere felici non sono davvero molte e possiedono una bellezza e una pulizia incomparabile. Nasciamo e viviamo in un mondo che ci dice e ripete: "Prendi!" in ogni momento. Solo facendo spazio ed ordine possiamo riuscire a cominciare a capire. Per ogni cosa inutile di cui ci liberiamo, facciamo ordine e spazio per noi stessi, per capire cosa ci serve realmente.

Ho speso non poca fatica a liberarmi di alcune persone inutili o dannose per me.
Fatica estrema, in quanto oltretutto considerare una persona "inutile" o addirittura "dannosa" è del tutto contrario alle mie linee guida. Ho superato questa difficoltà considerandole non inutili o dannose di per sé, ma alla mia felicità. Incompatibili per essenza.

Ho dovuto spendere così tanto del tempo a mia disposizione per gestire i contrasti e i sabotaggi di persone che mi si sono opposte (e mi si oppongono) per essenza: per avere ciò che io ho o che credono che io abbia, per "antipatia"; soprattutto, per "contenere" le mie azioni e il mio essere, limitarmi, annullarmi, come inconsapevoli anticorpi esistenziali.

Così ho imparato enormemente ad apprezzare chi, non essendo compatibile con me, semplicemente mi ignora. Chi vedendomi impegnare il mio tempo in qualcosa che ritengo utile, vive in un mondo parallelo dove io non esisto poiché per essenza fra noi non ci sono punti di contatto e cooperazione.

Cerco la risonanza su linee comuni, l'unica utile. Cerco il dialogo con chi ha superato la visione limitata dell'importanza relativa degli obiettivi temporanei e ha raggiunto la consapevolezza dello scorrere del tempo.

La paura, l'avidità, l'invidia, l'aggressività delle persone incompatibili sono sassi appesi addosso che ci impediscono di viaggiare leggeri. Bisogna schivarli quanto più possibile o liberarsene in fretta.

Oggi comprendo lo sguardo, a metà fra lo spazientito e il compassionevole, che mi rivolgevano le persone più avanti negli anni quando io giovane mordevo maldestramente il freno all'idea di superarli, nel tentativo di avere ciò che avevano loro.

Oggi elogio l'assenza e la leggerezza.


venerdì 5 dicembre 2014

L'Inferno

L'altra sera nella sala d'attesa del mio medico sotto le luci dei neon ho improvvisamente capito il senso della Divina Commedia di Dante.
Chi l'avrebbe mai detto? Finalmente, se posso far appello al senso etimologico del termine, sono riuscita a com-prenderlo: a farlo mio.

Pur essendo stata, posso dirlo, una studentessa di lettere dai conseguimenti ottimi, ho sempre ritenuto la Divina Commedia (ahimè al pari dei Promessi Sposi) una mattonazza disumana, una tortura somministrata agli studenti sanzionabile a livello internazionale.

Eppure dopo tanti anni, alla fine mi è servito a capire qualcosa di importante della mia vita. Certo: unitamente al Buddismo e diversi altri buoni libri e Maestri, però è servito.

Ritrovarsi perduti in una selva oscura.

In teoria, non dovrebbe essere difficile da capire che in alcuni particolari momenti ti sta succedendo qualcosa di brutto, ma dipende dal carattere.
C'è gente che se si spezza un'unghia chiama il babbo il lacrime e riempie facebook di post dolenti per farsi consolare.
Ci sono altri che se il babbo gli muore e nello stesso giorno vengono piantati e gli investono il cane, si stringono nelle spalle e dicono: Uh, ma che giornata.

Il fatto è che a tutti può capitare un evento negativo, poi magari un altro. E un altro ancora. Ma ognuno ha i suoi limiti. E non tutti sanno riconoscerli.
Così accade che passo dopo passo, inciampando, ti puoi ritrovare perduto. E di prendere una strada che scendendo più o meno lentamente ti porta verso l'Inferno.

Ora trovo che qui il buon vecchio Dante se la sia cavata con poco rappresentando dannati e satanassi, perché l'ovvia realtà è che sia i dannati che i demoni di questo tipo di Inferno siamo noi stessi.

Quando inizia una crisi è un po' tutto concesso 
Come no?
Io so perfettamente quando sono scesa all'Inferno nella mia vita.
Alcune volte, per fortuna ben distanziate negli anni ma nette. Ogni volta, sono stata pessima.
A chi è andata meglio, l'ho allontanato nel silenzio per sempre o molto a lungo da me.
A chi è andata peggio, l'ho allontanato massacrandolo a parole (e possibilmente per scritto, essendo il mio mezzo d'espressione elettivo, come dire, "Giacché mi va d'ucciderti guarda: scelgo il fioretto per farlo ben a modo, contento?").
A posteriori, la me sana non si giustifica dicendo che erano solo parole, ("Maddai! Non sei mai mica passata ai fatti; non hai mai rubato, ucciso, incendiato macchine o anche solo messo sale in un caffè!").
Ho agito male eccome. Perché parlare è fare qualcosa e le parole possono far male,
Inoltre, coloro ai quali è andata peggio erano quelli cui tenevo di più.
Persone a cui volevo bene, che credo mi volessero bene (credo, perché dopo il mio metodo verballodovico dubito che se lo ricordino anche, di avermi voluto bene).
Alcuni mi hanno perdonata (incredibilmente, occorre dire). Altri no. Ad altri non ho neanche chiesto: persino io non ho avuto il coraggio (e sì che in alcuni casi ero giovane e più ben più sfrontata di oggi).

Una volta uno di loro mi ha fatto la stessa domanda che per anni mi sono fatta (dolorosamente) io stessa:
"Perché te la prendi così proprio con me (che ti voglio bene)?"

Con un'immaturità emotiva terrificante, ora finalmente l'ho com-preso.
Perché, mio caro (miei cari), ero all'Inferno. Dove tutto è caos e sofferenza, tutto è il contrario di tutto e niente è vero.
E lì avevo paura di perderti, essendomi persa.

Non è facile per nessuno incontrare qualcuno di cui fidarsi e da amare, tanto che quando lo si trova  si corre anche questo rischio: di attribuirgli responsabilità non sue.

Però nessuno, per quanto fidato ed amato, può essere il nostro Virgilio, colui che è in grado di farci da guida e scortarci al salvo lontano dai nostri demoni.

Virgilio siamo noi: le nostre esperienze, le nostre idee, i nostri valori, il nostro coraggio.
Attribuendo questo ruolo a qualcun altro otteniamo solo di generare ansia, delusione e risentimento, ovvero cibo a palate per il nostro Demone della Rabbia e dell'Ingiustizia, che mieterà vittime intorno a noi facendo terra bruciata con più efficienza del napalm.
Non siamo giustificati nel comportarci come una folla inferocita dalla paura che nei momenti di crisi manda al patibolo i propri Eletti e demolisce le statue dei propri Idoli nei quali aveva riposto le proprie speranze. Occorre rimboccarsi le maniche, assumersi le proprie responsabilità ed uscire dai guai con le proprie forze.

Ho capito che bisogna capire i passi falsi che possono portare qualcuno a perdersi in un Inferno.
Quando ci sei, riconoscerlo e non negarlo per affrontarlo con consapevolezza.
In realtà i momenti difficili, le "prove del fuoco", sono funzionali nella nostra vita e se affrontate correttamente ogni volta ne possiamo uscire rafforzati e migliori come guide sia per noi stessi che per gli altri.

Non esistono solo grandi Inferni nella vita, ma anche piccoli insidiosi inferni quotidiani.
Rotture, malumori, difficoltà:  da evitare per quanto possibile, oppure da affrontare senza farli scontare agli altri, meno che mai le persone più vicine a noi.

E infine, un ultimo spunto.
Se rovesciamo questa visione infernale, cosa diventa? Il Paradiso e la luce gloriosa delle stelle. Questo è il senso in positivo del sostegno che possiamo dare ed avere con chi amiamo.
Un paio d'ali in più per volare più in alto.


giovedì 28 agosto 2014

S'io fossi nata principessa

S'io fossi nata principessa,
com'ero pressappoco convinta di essere nei primi anni della mia vita grazie ai miei nonni, o contessa, o dotata di qualche titolo nobiliare minore ma che comunque mi avesse garantito una posizione privilegiata in una qualche corte del mondo che fu pre unità d'Italia, ebbene io lo so: io lì avrei trovato la mia dimensione, il mio habitat naturale.

Perché io sono una persona fatta per eccellere nei micromondi: la bambina vincitrice dei premi di disegno, colei che era costretta a leggere i propri temi di fronte alla classe; l'animatrice dei circoli sportivi e festaioli, la dilettante insignita dei riconoscimenti letterari tanto prestigiosi quanto invisibili, la giocatrice di giochi di nicchia che arriva in cima alle classifiche, ma solo ridendo e scherzando.

S'io fossi nata principessa, o poco meno, avrei brillato nella mia piccola corte.

I nobili del mio entourage m'avrebbero ricoperta di gentilezze e complimenti; qualche cantore al soldo di mio padre probabilmente m'avrebbe dedicato una canzone e se ci fosse stato un pittore avrei avuto anche più di un quadro per abbellirmi, o una statua, o almeno il calco delle mie mani (che non sono male, a detta dei più), a seconda dei tempi e delle mode.

Con un po' di fortuna, se alla nostra corte avesse gravitato qualche insigne poeta, sarei stata menzionata in un sonetto minore, destinato a prendere posto non dico nei programmi scolastici, ma almeno in qualche antologia.

Perché io sono una diva relativa: una femmina alfa che non approfondisce, ma che come una farfalla si posa da sempre su quello che fa giusto per il tempo di risplenderci un po', usando su ogni fiore una stilla di vanità e perfezionismo.

Vanità: fra noi ci capiamo. Noi che usiamo queste eccelse capacità non per prevalere, ma solo per risplendere, ovvero per donare luce. Chi sa guardare, sa vedere che forse in fondo non siamo stelle, ma più simili ad orfani dickensiani. Piccoli principi straccioni, con le mani piene del proprio oro, in gesto di offerta.

"Guarda cosa ho fatto. Non è bello? E' per te. Guardami ora. Non sono bravo? Mi vuoi bene?"

Poi siamo cresciuti e un giorno senza rendercene conto abbiamo smesso di chiedere, ma le abitudini sono dure a morire. E noi continuiamo a brillare per abitudine.

Perfezionismo: c'è chi dice che sia il primo passo verso l'autodistruzione. A questo non so rispondere.
So che a volte in un mondo dove in alcuni momenti tutto sembra andare alla deriva senza senso, le cose fatte bene restituiscono il senso. Ti possono ridare serenità e l'impressione di aver fatto qualcosa di bello e utile.

Non sono nata principessa. Non vivo in una piccola corte. Percepisco il mondo intorno a me nella sua complessità e vedo perfettamente persone più intelligenti, più belle, più brillanti, con più talento di me.
Il mio sistema morale mi dice che questa è una cosa buona, perché il mondo in questo modo mi fornisce dei modelli per migliorare ogni giorno.
Anche se così non sarò mai protetta dalla mia ignoranza.
Ogni giorno pur conoscendo il mio reale valore, dovrò sobbarcarmi l'immane peso della mia consapevolezza per poter comunque riuscire a sorridere, alzarmi in volo e cercare di brillare. Relativamente.


giovedì 21 agosto 2014

Una certa nostalgia (minipost estivo)

Negli ultimi anni ho visto chiudere tanti negozi blockbuster.
Me lo ricorda spesso la triste visione che ho passando in una piazza vicina a dove abito, dove un grande blockbuster che faceva angolo ha ceduto il posto ad un altrettanto enorme negozio di parafarmacia.
Dove una volta si aggiravano i cinefili, ora fanno shopping gli ipocondriaci.

Su questo argomento mi trovate un tantino piccata perché io ero una cliente affezionata di blockbuster.

Nei primi anni duemila, quando abitavo a Reggio Emilia nel mio deposito di biciclette, a volte il venerdì sera uscendo dal lavoro andavo direttamente lì. Affittavo 2-3 DVD e compravo una congrua quantità di junk food per accompagnarli.

Ora, vi dirò...
Non gioverà alla mia immagine, ma mi viene dal cuore: in alcune di quelle serate passate sulla mia poltrona davanti al monitor del portatile, a farmi maratone di film mangiando pizza scongelata, gelato dal mastellino e popcorn al caramello, io ho conosciuto la felicità assoluta.

Con buona pace di qualsiasi filosofia.


martedì 29 luglio 2014

Elogio della Vanità

Ero molto molto (mi duole ripeterlo: "molto") giovane, quando un pomeriggio d'estate entrando nel circolo sportivo dove passavo la maggior parte dei pomeriggi con il gruppo dei miei amici, una ragazza di cui (fortunatamente!) ho perso traccia mi disse:
"Hai qualcosa fra i denti."
"Davvero?"
"NO, ma mi piaceva vedere la tua espressione all'idea di essere imperfetta."

Riporto questo simpatico aneddoto® perché mi è rimasto impresso dopo tanti (mi duole ripeterlo: "tanti") anni, come esempio indolore dell'atteggiamento di alcune persone, antitetico al mio e per me abbastanza incomprensibile.

Io mi sveglio la mattina, come tutti gli esseri umani ancora vivi (per nostra fortuna, yippie). 
Che abbia ancora sonno o meno, impegno una porzione del mio tempo a rendere il mio aspetto oltreché presentabile, ragionevolmente (nei limiti, capiamoci) gradevole. 
Abbino i colori dei miei vestiti. Faccio in modo che sia loro che la mia persona siano puliti, in modo da non emettere cattivi odori.  Anzi, a dirla tutta, personalmente mi piace profumare. Senza esagerare.

Dopo aver fatto colazione mi lavo i denti, pressappoco per gli stessi motivi. Controllo di essere in ordine e al mio meglio.

Esco, mi incammino e cerco di tenere un comportamento civile.
Se produco pattume, lo lascio negli appositi raccoglitori, non lo butto in mezzo alla strada. 
Se incrocio delle persone camminando, non le contrasto a spallate ma mi scanso, cercando di favorire la circolazione.
Se qualcosa mi contraria, non do in escandescenze urlando il mio disappunto al mondo, ma neanche esprimendolo ad alta voce con insulti o maledizioni o improperi come un ubriaco in fase aggressiva dopo tre cartoni di tavernello. 

Ora, confortatemi su un punto.
Tutto questo è normale, vero?

Il fatto è che io sono stata educata a comportarmi così. Mi è stato insegnato che con le persone, in generale, è buona regola cercare di risultare il più possibile gradevoli

Poi, a seconda del livello di intimità che si ha in un rapporto ci si possono permettere delle libertà come la confidenza e la familiarità, pur sempre nel rispetto, ovvero nella misura in cui la propria libertà non limita quella dell'altro (il che a volte può anche voler dire: non lo mette a disagio). Tutto questo ovviamente nei nostri limiti, giacché siamo umani per cui non infallibili, ma il principio dovrebbe essere questo.

E allora potreste spiegarmi perché da sempre incontro persone a cui la gradevolezza (che oltretutto non viene gratis, e chi sorride lo sa bene) appare come ipocrisia, vanità, idiozia, in pratica come una cosa negativa?
Ma ancor di più, davvero queste persone fustigatrici della stilosità, fautrici della spontaneità e fan del parlacomemagni riescono a sostenere nella pratica che il contrario sia giusto?

Allora, visto che scrivo su internet, lasciatemi fare un paragone quanto mai  prossimo
Uso facebook da anni. Lo guardo quasi tutti i giorni. Ultimamente, devo ammettere, di meno.

Entro e vedo: persone che postano foto di sé stessi, della propria famiglia, delle cose che amano, che li hanno resi felici, che li rendono fieri; cose in cui credono, che gli piacciono. Cose anche stupide, ma che li divertono.
Poi vedo persone che postano insulti verso altre persone; lamentele. Polemiche. Odio
Badate: NON parlo di cause sociali o civili (che comunque esprimono qualcosa in cui si crede), parlo dell'odio spicciolo e gnagneroso verso "quello che mi ha fregato il parcheggio" o "la collega stronza".

INDOVINATE CHI PREFERISCO IO?

E lo so, avrò dei gusti da bionda retrò. Sarà che mi annovero consapevolmente, volontariamente fra i colpevoli. Sarà che fra i miei tanti difetti non c'è l'invidia, sarà che più che vanità io ci vedo la positività, ma io non smetterò mai stare dalla parte di chi comunque offre al mondo e condivide il meglio che può offrire, piuttosto che la propria spazzatura.


martedì 8 luglio 2014

La Pace e la Luce

"Ma perché non ve lo portate con voi, nella luce?" 
"Non ha meritato la luce, ha meritato la pace"

Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita


Torno a casa attraversando un bellissimo parco condominiale dove sotto gli alberi ad alto fusto alcuni giovani merli saltellano sui prati verdi perfettamente tenuti.
Nel resto del norditalia si stanno scatenando tuoni fulmini e saette, con picchi creativi come trombe d'aria, grandine ed inondazioni, ma non qui: che ci crediate o no, qui c'è il sole.
Però con una temperatura fresca gradevolissima.

Arrivo al mio appartamento all'ultimo piano, apro le finestre sul mio terrazzo pieno di piante.
A casa c'è mio figlio maggiore: evoluto, affettuoso, educato, già laureato in psicologia, sta studiando per specializzarsi. Le mie tre gatte mi vengono incontro per salutarmi, placide e carezzevoli.

Dopo tanti traslochi, ho arredato questa casa esattamente come avevo in mente e mi siedo nel salotto, decisamente confortevole, davanti al mio portatile.
Relax. Sono un po' stanca. Da qualche settimana sto facendo al lavoro delle attività piuttosto impegnative che mi assorbono, però tutto sommato ne sono soddisfatta. Ho un lavoro solido e svolgo mansioni che trovo stimolanti. Conosco la maggior parte dei miei colleghi da tanto tempo, li stimo, e il clima è ottimo.
Più tardi arriverà mio marito: fra un'oretta potrei mettermi a preparare la cena, ma so già che se non avessi voglia, mi basterebbe chiederglielo per farci portare qualsiasi cosa di reperibile già pronto.

Ora, vorrei confessare una cosa. La cosa ridicola è che quasi mi vergogno ad ammetterlo.

In questo momento mi sento incredibilmente serena.

Tutta la vita ho detto di essere una persona inquieta. Di non amare la routine, la stabilità, le sicurezze.
Che la coerenza non era il mio forte. Che io sono un'artista. Undivaga. Bohemienne.

Mi sa che è ora che ci dia un taglio.

La verità è che io predico male e razzolo bene.

E' vero che non ho mai avuto paura di eliminare drasticamente le cose che non funzionavano dalla mia vita, ma a guardare bene l'ho sempre fatto per perseguire quello che ritenevo il meglio. E per questo, ho sempre lottato con tutte le mie forze, senza esitazioni. Soprattutto contro me stessa.

Perché oltretutto (altra dolorosissima ammissione) pur nella mia guasconeria (anch'essa dettata dalla vanità), ho e ho avuto fifa di scegliere e cambiare come qualsiasi essere umano, e non conosco nessuno più bravo di me ad autosabotarsi. Io sotto stress posso sviluppare una capacità distruttiva formidabile. Posso prendere l'ineffabile saggezza che ho appreso dai libri, rigirarla e all'occorrenza trasformarla in veleno puro, o meglio in napalm, che spargo per ettari intorno in una situazione esistenziale. 
Però per fortuna, la stessa tenacia quasi surreale riesco poi ad applicarla nel verso giusto, se motivata.

Ho fatto scelte correndo rischi apparentemente assurdi, ma guarda caso sempre verso situazioni migliori.
Verso la cosa migliore in assoluto che mi sia capitata nella vita, ovvero la maternità; verso persone ottime che mi hanno amata moltissimo; verso lavori ed esperienze che mi hanno dato tanto.

Chi mi conosce lo sa: ho compiuto gesti azzardati, ma guarda caso sempre in fuga da situazioni negative.

Allora forse è ora, alla mia tenera età, di deporre la vanità di certi miti adolescenziali e fare un doveroso distinguo. Il mio schifo per la stabilità, credo fosse per le situazioni che mi facevano stabilmente schifo.

Ho sbagliato per anni nel confondere questo senso di ripulsa verso realtà che non mi soddisfacevano per una ripulsa cronica. Negli anni, un bravo pilota dovrebbe imparare a governare l'abbrivio e fermarsi dove e quando vuole. E lì sostare, seppur sempre con gli occhi aperti, pronto a ripartire quando lo desidera.

La fuga perpetua non è un errore inferiore all'eterna stasi.

Le persone smaniose, ipercritiche, ansiose non vivono meglio degli statici, dei rassegnati, dei passivi. E spesso rischiano di passare da un eccesso all'altro, disperdendo le proprie energie giorno per giorno.

Ultimamente ho capito questo: il benessere quotidiano che ho passato la maggior parte della mia vita a vituperare, conta. Conta per raccogliere energie. Conta per acquistare serenità. Conta per poter essere lucidi. E con energia, serenità, lucidità, poter comprendere i veri passi successivi da intraprendere per salire di livello, e forse anche per sgombrare il terreno per quel cammino.

La Pace non è l'antitesi della Luce: può essere uno stato necessario per arrivarci.

lunedì 7 luglio 2014

Nello scorrere del tempo

Ho un bel dire: oh, ma guarda, anche questa cosa finalmente ha rivelato il suo perché!
La verità è che non ho mai capito se niente succede per caso o se siamo noi a dare un significato alle cose.

Quando ero più giovane, avevo delle strane credenze. Facevo sogni densi densi e pieni di significati, nei quali persone care scomparse mi aprivano la vista alle biosfere emanate da ciascuno di noi, in forma di bozzoli luminosi, rassicurandomi su presente e futuro.

Dopo diversi anni una veggente, senza che tra l'altro gliel'avessi chiesto, mi garantì che in mia costante protezione potrò sempre contare su un uomo magro, dai lineamenti affilati e gli zigomi alti, in camice da medico, che mi seguirebbe ovunque, invisibile e sorridente: il mio bisnonno, nel cui amore per non dire culto mia nonna mi ha cresciuta.
Ma questo è successo quando già la vita mi aveva posto di fronte ad una serie abbastanza ampia di contraddizioni ed invincibili avversità per non permettermi di credere (o meglio non contare) più su un intervento esterno portatore di salvezza.

Quindi oggi sono più propensa alla seconda ipotesi: pace in terra agli uomini di buona volontà, ovvero a quelli che si accollano la fatica (a volte improba) di ricavare da soli un senso da ciò che accade.

Secondo me questa è una scelta decisamente più di buon senso, fosse solo per la basilare considerazione che im Lauf der Zeit, nello scorrere del tempo, le cose si accumulano.
Dove per "cose" intendo "sfortunati eventi", e per "si accumulano", di solito accade in perfetto ordine sparso, fra le nostre quarta e quinta vertebra cervicale.
Decidere di affidare agli elementi esterni i criteri su cui ragionare e rapportarci con l'universo andrebbe bene in un mondo in cui tutto filasse con perfetta equità e logica. Questione decisamente diversa è invece cercare di costruire nel tempo un modo di ragionare personale basato sull'equità e sulla logica, e affidarsi ad esso. Come ad un'isola verde interiore di luce e salvezza.

Inoltre, nel tempo i bambini crescono e noi imbianchiamo: ci si pone, tra gli altri, il problema di invecchiare con grazia, e va da sé che viaggiare più leggeri permette di procedere meglio
Una cosa che sembra sfuggire a molte persone adulte, è che in qualche modo siamo i testimonial della vita di fronte ai più giovani. Che figura facciamo fare all'esistenza umana mostrandoci sfiancati e pieni di rancore? Vogliamo davvero sfiduciare questi cittini prima che gli arrivi qualche batosta di per loro, eh?
Diciamocelo: non c'è spettacolo più inverecondo di un vecchio incarognito. L'astio non dona.

Per cui io personalmente penso sia preferibile strada facendo liberarsi della pesantezza delle cose inutili e negative. Non permettere alle esperienze negative, ai torti subiti, agli incidenti di insegnarci la lezione sbagliata e vincerci, ma anzi impiegare l'esperienza, la forza, la scorza che ci siamo fatti per comportarci come ottimi testimonial della vita.

Un altro problema? Fantastico, lo risolverò: ormai so come fare. Tu ce l'hai con me? Fatti sotto: ti faccio vedere io, quanto posso essere gentile. Guarda bambino: così si fa

Posso permettermi di continuare a sorridere, sognare, osare.
Ho nuotato in mezzo alla tempesta, ho attraversato il fuoco tante volte e sono ancora qui.
Ciò che non mi ha ucciso, mi ha reso più forte.



Who cares, se non verrete capiti. A chi può servire, servirà. E' per voi e per loro che lo fate, che siete così. Perché questa è una delle chiavi fondamentali di scelta: l'amore.
Amore per voi stessi, come persone, che supera sé stesso espandendosi fino agli altri. Amore per gli innocenti: i più giovani, quelli che verranno dopo. Amore anche per i meno innocenti: gli arrabbiati, quelli che soffrono e chiedono aiuto prendendosela con voi. Se sapete di essere forti, potete arrivare ad avvertire lo stesso senso di amore e protezione per tutti. L'ho sempre detto, non mi stancherò mai di crederci:

il vero amore è per le persone forti.

Inoltre per viaggiare leggeri può aiutare indubbiamente un dono quasi da esseri fatati, da coltivare con cura: una meravigliosa memoria selettiva.

Nell'estate dell'86 (credo) ricordo che ero innamorata. Ero malata e non potevo uscire di casa. Il ragazzo che mi piaceva mi aveva lasciato una sua maglia. Nelle notti di quell'estate io guardavo il cielo gremito di stelle dalla finestra della mia stanza e affondando il viso in quella maglia ricordo ancora nitidamente che aspiravo il suo profumo, il profumo che era rimasto nel tessuto: ricordo i colori, la trama, il profumo come fosse ieri.
Ricordo a malapena il ragazzo, il fatto che dopo esserci scambiati lettere bellissime e infiniti sospiri a distanza (ma davvero, cosa supera l'attesa di un amore? me lo chiedo ancora oggi) di persona fu la storia di un mesetto che ci fece lasciare nella reciproca indifferenza.

Sono passati tanti anni e diversi amori, ma di tutti gli amori che ho vissuto i ricordi nitidi sono dei momenti belli.
Gli stessi che mi fanno sperare ogni giorno che tutte le persone che ho conosciuto meglio (per esserci amati) stiano bene, siano serene, stiano proseguendo il proprio cammino nella felicità. 
I litigi, le incomprensioni, le rotture non hanno più nessuna importanza: so che ci sono state, ma solo come fatti, non come veri ricordi. Nel tempo il dolore è svanito, è rimasta solo la gioia.

Questo vale allo stesso modo per altri rapporti: se si ha l'immensa fortuna di avere dei figli non si rimugina tutta la vita sui dolori del parto o sulle notti passate in bianco, ma su tutti i momenti di felicità vissuti con le meravigliose creature che hai avuto il privilegio di crescere. 
Se hai degli amici, può essere che abbiate litigato e ve ne siate dette di veramente brutte, così come vi venivano, ma poi s'è fatta pace e ciò che conta è ben altro.

Perché il senso che ho scelto è che la fortuna è quella di poter essere vicini a qualcuno. Fare qualcosa di bello insieme: essersi utili nel rendersi felici.
Questo per me è il senso di qualsiasi storia umana.

Più vado avanti con gli anni, più la trovo una scelta sensata.

Per noi parlare di vecchiaia è quasi un tabù: pensarci e citarla suona anziché naturale stonato, come sintomo di depressione, o quasi maleducazione, come parlare di una cosa schifida durante un pasto, ma io che sono stata cresciuta da due persone anziane non la vedo così. A prescindere dal fatto che l'alternativa non mi pare un granché, ma poi se ci si arriva lucidi e ragionevolmente sani di corpo, posso testimoniare che non è niente male. I miei nonni erano uno spasso e considero il diventare una deliziosa vecchietta un ottimo obiettivo. Certo, ogni età è diversa e ci si devono aspettare cose diverse.

Verrà un giorno (immagino, credo), in cui si è destinati ad avere ben poche delle cose che abbiamo dato per scontate la maggior parte della vita, ovvero: non si ha più bellezza (non almeno la splendente bellezza della gioventù), non si ha più un indefinito futuro, non progetti a lungo termine.

In quel giorno (con un po' di fortuna) si possono avere ricordi. E io ho fatto e farò del mio meglio per averne di bellissimi.
Si può avere ancora amore.
Un amore sincero e profondo per tutti quello che abbiamo incrociato nel nostro cammino, per tutti quelli che verranno dopo di noi, e si ameranno come ci siamo amati noi. Grande come un oceano in cui infine potersi perdere, dolcemente.
E io vorrei potermici perdere, così: allora come ora, sognando come una ragazzina innamorata sotto le stelle in una notte d'estate.