martedì 27 maggio 2014

Perdere E Vincere

In questi giorni, forse perché si fa un gran parlare di perdere e vincere, ho avuto un flashback della mia infanzia.

Io molto piccola sulla ginocchia di mio nonno che sorridendo, con quell'espressione concentrata e gioiosa che aveva mentre recitava poesie:

"Paggio Fernando, perché mi guardi e non favelli?"
"Perché guardo gli occhi tuoi che sono tanto belli..."

Giusto per far capire a tutti, si tratta di "Una partita a scacchi", un'opera teatrale scritta nel 1871 da Giuseppe Giacosa.

La trama è tratta da una "chanson de geste" cavalleresca del secolo XIII e racconta della scommessa fra il paggio Fernando per l'appunto, giovane orfano squattrinato dotato principalmente di grande bellezza e grandissima fiducia in sé stesso, e il ricco e vecchio conte padre di Iolanda: ovviamente bella, dotata di fine ingegno, sua unica erede e  quanto pare incredibilmente choosy in materia di fidanzamenti. Il conte vorrebbe un tot di nipotini, ma per l'epoca finora è apparso incredibilmente democratico e ha lasciato correre, solo che lagnati oggi lagnati domani, alla fine ottiene da Iolanda la licenza a trovarle un marito decente.

Dopo essergli stato presentato dal Conte Oliviero, che ne decanta il valore e l'incredibile coraggio dimostrati in battaglia, nonostante l'evidente disparità sociale, Fernando osa farsi avanti come pretendente di Iolanda e il vecchio conte, a metà ammirato dall'audacia del paggio, a metà irritato per lo stesso motivo, gli propone la seguente sfida: se fosse riuscito a vincere contro sua figlia una sola partita a scacchi, gioco in cui a quanto pare era imbattibile, avrebbe potuto sposarla. In caso contrario, la morte
Giusto per riconsiderare un po' i vostri suoceri, se ne avete di pessimi.

L'opera in versi descrive dunque questa partita fra i due. 
Che giocano a scacchi fra di loro, in tutti i sensi.
Sfidandosi: scoprendo le tattiche l'uno dell'altra. Facendosi complimenti: ammirandosi. Raccontandosi. Arrivando a parlare d'amore. 
Alla fine Fernando sembrerebbe in difficoltà, come descritto sopra: continua a fissarla. 
In realtà per favellare favella, ma con sempre meno concentrazione sul gioco e sempre più su di lei: ormai sembra aver abbandonato ogni spavalderia. Perso negli occhi di lei, appare prossimo alla resa.

Fernando:
"Tu sei  bella, Iolanda."

Iolanda:
"Com'è dolce il tuo dire!"

Fernando:
"Senti...tu hai mai pensato che si possa morire
Prima d'aver provato che cosa sia l'amore?
Prima che un sol fiorisca dei germogli del cuore?
Prima di bisbigliarsi le più ardenti parole?
Prima d'aver goduta la tua parte di sole? "

Iolanda:
"Oh no!"

Fernando:
"No, non è vero? Se non fosse che un'ora
Un'ora dell'ebbrezza che ogni ebbrezza scolora
Le mie pupille un'ora fissate nelle tue
E poi...venga il destino."


Iolanda:
"Si morirebbe in due."

E a questo punto Iolanda fa quello che qualsiasi ragazza accorta e brava negli scacchi farebbe al posto suo, ovvero si fa scacco matto da sola. Praticamente. Sorry Papi, 
"Gioca, Fernando; gioca, gioca: un passo solo." 
Su su:


(Mentre Fernando esita, Iolanda di soppiatto lo piglia dolcemente per mano, e fa lei una mossa per lui)


Dalla curva dei romantici si alza la ola. I due convolano, happy end.

Tre considerazioni:

1) Se vi state chiedendo CHI fra i due in realtà era il più bravo a scacchi e avrebbe potuto vincere la partita, o semplicemente chi è stato più furbo, mi dispiace per voi: siete lontani dalla via dell'amore, ovvero della felicità. Felice è, a mio avviso, chi non ha né furbizia né orgoglio, ma chi si gioca tutto, chi rischia tutto e chi accetta anche di sembrare perdente pur di poter fare quel solo ed unico passo verso il proprio futuro.

2) A mio avviso questa storia è semplicemente bella perché racconta di due persone che perdendo sono riuscite a vincere entrambe.

3) Credo di aver avuto un'immensa fortuna ad essere stata cresciuta da due persone anziane e colte che, anziché raccontarmi le solite favole truculente di lupi sventrati o principesse salvate, conoscevano storie come queste.



POSTILLA: Dopo che anche mio nonno morì e liberammo la casa, mi venne in mente di svuotare, con l'aiuto di un ferretto, uno dei vasi di terracotta dipinta dove sapevo che loro avevano buttato negli anni tante carte, giusto per avere qualcosa scritto di loro pugno. Sinceramente ambivo giusto a qualche lista della spesa.
Ho trovato, a pezzi, un foglio di carta pergamena dove sono riportati in bella calligrafia gli ultimi quattro versi della parte di Fernando che ho trascritto. 
Benché fossi piccola, ricordo ancora benissimo il momento in cui mia Nonna aveva ritrovato ormai anziana quella lettera d'amore ricevuta da ragazza e l'aveva strappata e buttata lì per non farmela leggere. 
Mi piace pensare che si sia trattato di pudore di altri tempi, e non disillusione. 
In ogni caso l'ho ricomposto e ora è conservato fra le mie carte per i miei figli, insieme alla sua storia.

venerdì 23 maggio 2014

Maria ed Italia

Oggi ho postato questa foto su facebook:


perché mi faceva pensare a mia nonna Marina.
Mi ha riportato un ricordo così bello che ho pensato di riservarmi un momento per fissarlo meglio qui.

Quei bottoni erano meravigliosi.
Detesto le osservazioni del tipo: "Una volta i vestiti erano una cosa seria." che a mio avviso sono reazionarie (e oltretutto uh se invecchiano) però sì, in questo caso c'è qualcosa di vero.
Una volta i vestiti in qualche modo valevano di più. Venivano dismessi quando erano proprio rovinati e i bottoni che venivano tagliati via per essere riutilizzati spesso erano davvero belli.
Ricordo che i miei preferiti stranamente non erano quelli "gioiello", fatti di strass, ma quelli di madreperlaPerché non ce n'era uno uguale all'altro
Li separavo dagli altri, escludendo ovviamente quelli bianchi, ordinari e banali delle camicie, e li disponevo in fila, creando arcobaleni perlescenti a seconda delle varie sfumature.

Mia nonna era una donna elegante, in tutti i significati che ciò aveva nel secolo ventesimo.
Credo che avesse tutti quei bottoni proprio perché in vita sua ne aveva riattaccati una quantità davvero esigua.
Faceva confezionare i propri vestiti da due sarte: Maria ed Italia, due sorelle che lavoravano nel proprio appartamento ubicato nel nostro stesso complesso di palazzine. 
Quando mia nonna andava da loro, io volevo sempre seguirla e i miei nonni non si spiegavano perché una bambina volesse sottoporsi alla noia interminabile dell'attesa delle prove.

Io restavo per ore in quell'appartamento gremito di manichini sartoriali e abiti appesi a vari stadi di rifinitura, seduta a terra fra ritagli e scampoli di stoffe di mille colori, trame, consistenze.

Alcuni di quei vestiti erano veramente spettacolari.
Abiti da cerimonia; da sera; da cocktail; da pomeriggio: imparavo che ogni occasione può avere un vestito adatto.
Ogni abito diverso, nato su una donna per quella donna: capivo che "vedere" la figura intera ed ogni curva, misurarla, gestirla e non nasconderla, vestirla e valorizzarla al meglio vuol dire eleganza.

Maria ed Italia che erano due "signorine", (ovvero in loro assenza due zitelle - eravamo negli anni '70), si intenerivano con una bambina come me che sembrava trovare interessante quello che facevano.
Grazie a loro imparai, ad esempio, ad infilare il filo nell'ago precocissimamente, oltretutto tenendo il filo corto, il che mi valse in prima elementare da parte della severissima Suor Valentina:
"Lunga gugliata, scolara svogliata. Ma TU no: TU sei un'altra Fiorella. Brava Giulietta!"
Ovvero, non sembravo indegna di due generazioni di donne della mia famiglia che prima di me avevano imparato a ricamare con lei. Ovvero, il migliore degli esordi nel sistema paramilitare delle scuole private.

Inoltre a volte Maria ed Italia mi regalavano gli avanzi delle stoffe su cui mi vedevano indugiare lo sguardo, supplicante come in una pasticceria dei colori. Così uscivo di lì con delle pezze neanche minuscole di tessuti pregiati come sete, velluti o lamè.
Che una volta arrivata a casa aggiungevo alla mia riserva; poi li confrontavo fra di loro, li intrecciavo e me li drappeggiavo addosso, rigirandomi davanti allo specchio per provare l'effetto.

Sono passati parecchi anni. Temo proprio che Maria ed Italia non ci siano più.
I tempi sono cambiarti: purtroppo, ad esempio, io non potrei mai permettermi due sarte (ma neanche una, eh) per i miei vestiti. Non solo per la spesa, ma neanche per il tempo da dover dedicare alla faccenda. 
Però mi piace prestare attenzione a come mi vesto. Trovo i vestiti divertenti e traggo piacere nello sceglierli e provarli. E mi piace pensare di dover ringraziare anche quelle due signorine per questo piacere che mi accompagna da tutta la vita.

Maria ed Italia (sarte in Roma), per quello che conta, mi fa piacere che dopo quarant'anni abbiano il giusto ringraziamento per essere state tanto gentili con una bambina che adorava quello che sapevano fare.

giovedì 22 maggio 2014

Inezia #2 - Posidonia

Un esercizio mentale che faccio e trovo molto efficace per rilassarmi quando sono stressata: 

Mi immagino di essere una foglia di posidonia che ondeggia nel silenzio del fondo marino




Un po' strano? Provateci

E' un rimedio assumibile senza prescrizione medica e non presenta controindicazioni o dosaggi massimi, se non che, nel caso vi rilassaste troppo, ricordatevi ci sono luoghi e situazioni sconsigliati per farlo.



martedì 20 maggio 2014

Inezia #1 - Le Notti Bianche

Oggi inauguro la serie delle Inezie, ovvero: piccoli, trascurabili e assolutamente Lumencentrici "facts", che però hanno una caratteristica comune, quella di riuscire a darmi serenità.
Sperando che facciano lo stesso effetto anche a qualcun altro o, in caso contrario, certa che produrranno reazioni perfettamente in linea con il tema del blog.


Inezia #1
Conosco quasi a memoria e mi piace ripetere fra me e me l'incipit delle "Notti Bianche" di Dostoevskij, ovvero:

"Era una notte meravigliosa, una notte come forse ce ne possono essere soltanto quando siamo giovani, amabile lettore. Il cielo era così pieno di stelle, così luminoso che, gettandovi uno sguardo, senza volerlo si era costretti a domandare a se stessi: è mai possibile che sotto un cielo simile possa vivere ogni sorta di gente collerica e capricciosa? Anche questa è una domanda da giovani, amabile lettore, molto da giovani, ma voglia il Signore mandarvela il più sovente possibile nell’anima! … "

Starry Night - Vincent Van Gogh

P.S. Chiunque capisca ed ami questo libro capisce anche molto più di me.

venerdì 2 maggio 2014

Due Pesi e Due Misure

L'ultima volta che ho postato qualcosa mi ero ripromessa per riuscire ad essere più sintetica di affrontare un solo argomento alla volta e così stavolta, molto coerentemente, ho pensato di trattare un duplice argomento sotto due punti di vista diversi.

Vediamo.

Oggettivamente. Non credo molto nelle Verità Assolute. Anzi, quasi per niente. Panta Rei, tutto scorre. Apprezzo chi se ne rende conto e ha la capacità di cambiare idea, però una cosa di cui sono abbastanza certa è questa: se conoscete una persona che con gli altri è in un modo, NON pensate MAI che con voi sarà diverso.

Un'amica che con voi sparlerà di tutti, sparlerà anche di voi. Un invidioso E' un invidioso. Un egoista E' un egoista. E così via. Per fortuna, vale anche per i pregi. Inoltre, la cosa positiva è che la gente tende a mostrare le proprie caratteristiche (soprattutto i difetti) con chi si immagina che non ne sarà l'oggetto. Questa persona però farebbe bene a tenere gli occhi aperti, non illudersi e trarre le debite considerazioni su chi ha di fronte.

Gli esempi più ricorrenti sono nelle relazioni sentimentali. Qualcuno che ci si presenta massacrando il/la proprio/a ex non credo meriti la nostra solidarietà (se non a parole, ovviamente, nel caso volessimo controbattere alla banalità col più bieco dei trucchi per far colpo), perché quella che ci sta trasmettendo in buona sostanza è una tonnellata di cattivi sentimenti, di cui noi un giorno potremmo essere l'oggetto.

Vorrei poi estendere il consiglio ai fan club delle algide divas o degli uomini-duri-che-non-devono-chiedere-mai: per parlar forbito, occhio, che gli stronzi lo sono con tutti. NON VI FIDATE del Principe Azzurro che getta il proprio mantello a terra per farvi superare la pozzanghera e subito dopo tira una pedata al mendicante a terra per farvi strada, perché un giorno - cerco di spiegarla facile-facile - prenderà a calcioni anche voi.
A meno che non siate proprio come lui. E allora forse avrete una vita felice insieme e tante attività ricreative in comune nel tempo libero, elegantissimi in quei lunghi cappucci bianchi che avete già ordinato la settimana scorsa, come andare a ripulire il vicinato e poi festeggiare con grandi falò all'aperto.

Volete un buon amico, una brava persona accanto? Guardate come si comporta con gli altri. Se ha amici di lunga data che gli/le vogliono bene. Che a loro volta sono brave persone. Guardate se è una persona generosa, se è paziente con loro, se è leale. Non siate gelosi per questo: non sbuffate se dedica loro il proprio tempo. Se vi vuole bene, sarà il miglior amico o il miglior partner del mondo. Perché è una persona buona.

E voi? Come siete?

Mi spiego: di tutte le centinaia fra le Perle di Saggezza che mi tocca vedere come iscritta a Facebook ogni giorno alcune mi piacciono, la maggior parte mi lasciano indifferente, ma ce n'è un tipo, ripetuto in varie versioni, che mi sta veramente antipatico, il cui senso è fondamentalmente questo:

"Io sono una Buonissima Persona, ma con le Persone Cattive sono Cattivo"

EH NO!

Io vorrei una Perla di Saggezza personalizzata per replicare e anche se sarebbe troppo lunga suonerebbe così:

"TU sei una persona normalissima che come tutti si gratifica con l'idea di essere buonissima e che giustifica le proprie nefandezze come causate da quelle degli altri. La verità è che TU puoi scegliere di essere buono o cattivo, educato o maleducato, forte o debole. TU sei TU: quando c'è da farti i cavoli tuoi gli altri non hanno la minima influenza su di Te. Guarda caso, diventano influenti solo quando ti servono come capri espiatori per i tuoi sgurz. 
Quindi, stacce."

E' chiaro che ci sono dei casi limite. Non ci si comporta allo stesso modo che so, durante una tombola parrocchiale o in caso di invasione zombie. E' tantissimo che non partecipo ad una tombola parrocchiale, ma immagino sia più lecito il secondo caso per dare adito ad una reazione splatter fuori norma. Quindi può capitare di dire: "Io sono una persona buona e cara, ma se entra uno zombie in casa mia, gli stacco la testa con un'accetta." E vabbè. Ma se provate a farlo al signor Franchetti che fa cinquina prima di voi (anche se è il terzo anno di seguito che succede perché quel bastardo se ne approfitta che Don Vittorio non controlla), non è mica tanto bello in ogni caso (e voi non state neanche tanto bene, ma oggigiorno la chimica fa miracoli). 

Ma questo è l'unico caso. Per il resto, secondo me, due pesi e due misure non esistono. Poi fate un po' voi.


martedì 22 aprile 2014

Lacrime di Senape

Se c'è una cosa di cui sono molto fiera, sono le mie spezie.
Ne ho davvero tante, e fra le tante anche alcune non banali. Ho melange particolari, curry di vari tipi; ne vado a caccia, e quando ne trovo di nuove, le prendo senza indugio e le sperimento.
Fra tutte però, la banale senape, quella in polvere, ogni volta che la vedo riordinando ed aggiornando l'inventario dei miei barattolini profumati, mi mette da anni invariabilmente a disagio.
E anche se non ci giurerei, ho l'impressione di evitare di usarla.
Oggi vorrei spiegarvi perché.

Mi sono sposata piuttosto giovane, nell'89. Il decennio fra i miei venti e trent'anni, durante il quale i miei coetanei bontà loro hanno pensato per lo più a studiare, gozzovigliare e fare esperienze cosiddette "giovanili", io l'ho impiegato a creare due meravigliose creature (il che è l'ennesima prova che le cose migliori nella vita ti succedono per caso) e a fare la vita della giovane signora radical chic in un quartiere alto borghese di Roma, frequentando donne che avevano figli coetanei dei miei, e in media almeno una decina (se non più) d'anni più di me.

Devo ammettere a posteriori che benché io non sia mai stata una Madre nel senso classico del termine (ma probabilmente non lo sarei stata neanche vent'anni dopo, né mai), ovvero m'è sempre venuto spontaneo considerare i miei figli come piccole persone simpatiche ed amabili e non come l'Unico Centro del Mio Universo Cui Rivolgere Ogni Mio Pensiero ed Attenzione, tuttavia credo di aver fatto del mio meglio per coprire quel ruolo cui nessuno mi aveva preparata (io per prima) e rendermi utile in Mammaland. Cioè la tipica situazione temporanea in cui si ritrovano a vivere tutte le giovani madri: la piccola comunità che ruota intorno alla scuola dei propri pargoli.

Alcune colleghe mamme mi piacevano sinceramente molto. Sebbene temo non ci avessero messo molto a catalogarmi come stramboide, vuoi per la giovane età vuoi per la perniciosa attitudine a dire quello che penso che già allora avevo, ad alcune di loro ero simpatica e mi fa piacere ricordare il fatto che fossero le più evolute e colte, i cui figli guarda caso ancora adesso mi sembrano i ragazzi più simili ai miei.

Fra di loro c'era quella che chiamerò Elle.
Elle aveva due figli maschi, coetanei dei miei. Mi piaceva molto. Non era fra le mie amiche più intime, ma la trovavo davvero intelligente e chic, di uno chic discreto il giusto. Era laureata in lettere, ma aveva rinunciato a lavorare per dedicarsi alla famiglia. Parlavamo spesso di letteratura. I suoi figli erano come lei: ragazzi intelligenti ed in gamba, andavano molto d'accordo con i miei. In pratica, era davvero una gran brava persona, con una bella famiglia.

Poi arrivò il '99, e con esso la mia separazione.
I termini un po' inusuali di essa, che consisterono in me che apparentemente tagliai la corda per andare a vivere (con un outsider né radical né chic) e a lavorare in Emilia, ottenendo un affidamento congiunto del quale usufruivo nei week end come qualsiasi padre lavoratore (e dicendo al mio ex marito: "Bene, ora occupatene anche un po' tu."), gettarono un lieve scompiglio in Mammaland che non mi aveva considerato mai così tanto stramba, causando alcuni effetti collaterali immediati, quali, ad esempio, l'immediato ostracismo da parte delle Vere Madri (ah, il femminismo!). Così, quando all'inizio del week end andavo a prendere i miei figli a scuola (ancora in tenuta da lavoro e trolley, direttamente dalla stazione), potevo fortunatamente contare su molto silenzio.

Ma, molto più fortunatamente, non da parte delle mie vere amiche. Che come le vere amiche, non giudicavano.

Così una volta mi ritrovai a parlare con Elle. Le spiegavo che anche se non era tutto rose e fiori, avevo grandi soddisfazioni. Il lavoro andava strabene. Perché io finalmente lavoravo. Non dovevo più marcire in casa solo perché mio marito voleva così. Non sentivo più di dover buttare la mia vita. Ristudiavo. Guadagnavo. Ero ripartita. Anche se avevo milioni di problemi pratici. Una microcasa, ma mia. Anzi due. E gestivo tutto, ci riuscivo, ma che stanchezza. Stanchissima di lavorare e viaggiare continuamente. Ora prendevo i bambini e dovevo farli mangiare anche se dovevo anche finire un lavoro per un progetto che seguivo, una cosa veramente interessante, in pratica...
E Elle mi disse: perché non gli fai il polpettone alla senape per pranzo? E' una mia ricetta, piace a tutti...
Il progetto che sto seguendo è davvero interessante. la interruppi.
E gliene parlai. Poi suonò la campanella, i bambini sciamarono fuori e ci salutammo.

Però portandoli verso casa mi ritrovai dispiaciuta. Perché avevo notato la sua piccola smorfia di disappunto.
Elle stava cercando di aiutarmi con una cosa reale, di cui evidentemente era fiera. Era una delle poche persone che ancora mi parlava. E a pensarci meglio, io che di solito mi faccio problemi per mille sciocchezze, non ero stata per nulla gentile, in diversi modi. Mi ripromisi di esserlo di più la prossima volta che ci avrei parlato.

Ma non capitò.
Effettivamente come menage era molto faticoso e lo corressi, e capitai sempre meno davanti alla scuola.
In realtà non era solo un problema di stanchezza. La verità era che, anche se ero affezionata ad alcune persone, gradualmente mi resi conto di detestare quel mondo. Pian piano ero tornata la me dei vent'anni: quella che voleva essere una donna libera, in carriera, che detestava la routine. Che francamente detestava Mammaland, le feste per bambini e i consigli di classe: il ricordo di esserne stata parte mi disturbava, e ne stavo lontana il più possibile. Però cercavo di restare in contatto con le mie amiche, per quanto possibile. Anche se purtroppo lavoravo tantissimo e fra i figli e tutto il resto, tempo non ne restava mai.

Elle morì di tumore due anni dopo.

Non ho mai più avuto occasione di essere gentile con lei. E ricorderò sempre questo: la sua gentilezza, la sua disponibilità. E quella sua piccola smorfia di disappunto per essere stata interrotta, subito cancellata da un sorriso educato, ma sincero.

Ogni volta che vedo la senape mi sento una cretina. E sospetto che mi farà sempre lo stesso effetto.

La parte utile, che scrivo per voi oggi come per me, fissando un vasetto di senape in polvere: per quanto vi sentiate stressati, per quanti buoni motivi pensiate di avere, quando qualcuno vi parla cercando di esservi amico cercate di ascoltarlo e non lo interrompete. Siate gentili.
Perché la sgradevole ma indubbia verità è che nessuno di noi può davvero sapere quale sarà l'ultima volta che parlerà con un altro.


venerdì 18 aprile 2014

Subtweeting & Backstabbing

Dunque, ho pensato di scrivere questo post grazie a questo articolo:



In pratica (ve la riassumo per praticità) riporta la condanna per diffamazione di un tizio che, pur non citando esplicitamente il nome del proprio collega, ha scritto sul proprio profilo: "«attualmente defenestrato a causa dell'arrivo di collega sommamente raccomandato e leccaculo...», aggiungendo quindi un'espressione volgare riferita alla moglie di quest'ultimo."  
Così, in amicizia, eh!

Tralasciando tutti i dettagli tecnico-legali legati alla definizione di diffamazione, insulto e affini (mia Mamma voleva che studiassi Giurisprudenza e questa è una delle Tante Gioie che Non Le Ho Dato, ma tant'è), la notizia rientrerebbe nella categoria "scoperte dell'acqua calda", se non fosse che mi offre l'occasione di parlare di un paio di forme di comunicazione perfettamente identificate e definite nel vocabolario inglese, ma non altrettanto in quello italiano e inspiegabilmente, aggiungerei, poiché per quanto indefinite, sono sempre più diffuse.

Si tratta del Subtweeting e del Backstabbing.

Ovvero, i due gemellini fetenti della comunicazione social



Vediamo di cosa si tratta.


Il Subtweeting letteralmente è il postare (tipicamente su twitter, ma ormai anche su altri social), messaggi contro qualcuno, senza citarlo direttamente.

Vero che ci siamo capiti al volo? In pratica, tutti quei post velenosetti che cominciano o contengono espressioni come: "quella persona..." "certa gente..." "i tipi che..." e diciamolo, trasudano livore, tanto che si capisce benissimo che sono fatti appositamente per tirare un metaforico calcio negli attributi di qualcuno, se non fosse che il qualcuno in questione non viene citato. L'ingiuria di solito è fatta per essere "abbastanza" trasparente per l'ingiuriato e l'entourage che condivide con l'insultante, dubbia "da poco a un po'" per tutti gli altri.

Il motivo più evidente per postare un subtweet è quello di evitare il confronto diretto con la persona che si sta attaccando. Ovviamente, si gioca sull'ambiguità: ce l'avrò con te oppure no? In questo senso, il subtweet aggiunge, per dirla politamente, una plus di squisita presa per il culo alla critica. "Gnegnegne: io ti insulto e tu neanche puoi tirarmi un pugno in faccia."


Con le dovute varianti ed eccezioni, in quanto, ad esempio, molti sono arrivati a chiarire abbastanza bene la reale natura dei propri post, usando - paradossalmente - l'hashtag: 




Ovviamenete, il subtweettato può replicare con un successivo sub-subtweet. Che può generare a sua volta un sub-sub-subtweet e così via, per quanto l'astio, il tempo a disposizione e il senso del ridicolo dei coinvolti consentono.

Il subtweeting non è un insulto per tutti. Ovviamente, può essere anche scambiato fra squinzie compagne di classe intente nelle proprie usuali scaramucce adolescenziali; tipicamente, nasce da frustrazioni, contrarietà amorose e gelosie di tutte le età, ma personalmente devo dire che i più belli e artistici subtweeting nascono tra divi del net, ovvero fra i blogger. Gente che sa scrivere, che attribuisce all'insulto on the web un'importanza consona e che sa usare la penna ovvero la tastiera quanto e più che una spada, o piuttosto come una katana. Si tratta spesso di elegantissimi superinsulti, di insinuazioni più velenose del gas nervino. Chapeau.


Solo che. C'è da dire che.


Parallelamente al diffondersi di questo tipo di attacco, si è assistito all'aumentare, altrettanto esponenziale, del timore di esserne oggetto. Come dire: per ogni essere umano pieno di risentimento, rancore e spirito di rivalsa, ce n'è sempre almeno un altro (o più) in preda alla paranoia. Il mondo è bello perché è vario.


Mi spiego con degli esempi.


Un mio contatto posta come status: "Certe bionde proprio non si regolano.

Mio coinvolgimento emotivo: fastidio. Paranoia = maximum level. Ma devo stacce. Perché il mondo è pieno di bionde! Che  sovente, ahimé, non si regolano.

"Certe bionde proprio non si regolano coi loro selfie compulsivi e il loro ego espanso."

Coinvolgimento emotivo: vago sospetto. Paranoia = livello medio. Più "codone di paglia". Terapia consigliata: dopo essermi chiesta se ho fatto qualcosa all'amico in questione, farei meglio a ri-ricordarmi che il web è pieno di bionde egocentriche. E già che ci sono, se io sono disposta ad accettare serenamente il mio egocentrismo (mmm...sì. Tutto ok.)

"Certe bionde romane rompipalle, piene di gatti, con la compulsione della scrittura e quell'aria da saputelle proprio non si regolano coi loro selfie, le loro foto di qualsiasi minchiata si trovino davanti e il loro ego espanso."

Coinvolgimento emotivo: I kick your ass. Paranoia =  non ci sta

Sub-subtweet? Qui interviene il carattere individuale. Perché la mia politica ufficiale è perseguire l'amore universale ed essere una persona conciliante ed assertiva, però ammetto dolorosamente che se mi trovassi in una circostanza del genere non credo seguirei una via indiretta, in quanto in alcuni casi mi scatta il cromosoma "'spetta 'nattimo?", famoso elemento genetico graficamente rappresentabile come segue:





E a proposito di amore universale ed assertività, passo a dare definizione di backstabbing, che letteralmente è: "pugnalare alle spalle". 


Per capire il backstabbing applicato al social networking, occorre compiere uno sforzo di immaginazione.
Non sto parlando di qualcuno che ad esempio si affilia ad un gruppo o ad una pagina per poi massacrarla di post negativi (quello è banale trolling), ma qualcosa di più subdolo e creativo.

Mettiamo ad esempio che una bionda (non io, un'altra) sia stata mollata dall'amato bene. 
Anziché scegliere il perdono, la catarsi e/o l'oblio, può decidere di optare per la vendetta attraverso il social backstabbing, in svariatissimi modi. O fingendo di voler rimanere in buoni rapporti con l'ex allo scopo di metterlo in cattiva luce con gli amici comuni (in pratica, né più né meno di quello che succede nel real), o fingendosi un'altra persona. In tal caso potrà carpire informazioni utili al proprio scopo a più livelli, spingendosi fino a reintavolare un flirt virtuale, se lei è molto brava e l'ex particolarmente boccalone. O, se la rottura è stata causata da un'altra persona, il raggiro potrebbe essere diretto verso di essa.

Un'applicazione anche molto frequente del backstabbing è in ambito professionale, dove usando o meno la propria identità ma comunque fingendosi amici dell'obiettivo, si mira a raccogliere informazioni particolarmente sputtananti, o attraverso i suoi post o via chat. 
Ad esempio, se il diffamante protagonista dell'articolo riportato all'inizio di questo post avesse avuto un approccio più strategico che tattico, forse avrebbe tentato una manovra di avvicinamento virtuale col "collega sommamente raccomandato e leccaculo", allo scopo specifico di studiare il nemico e magari raccogliere evidenze di qualche sua assenza ingiustificata, o insulto privato contro i loro superiori, o altri elementi ugualmente adatti a rovinare la sua reputazione e carriera. 

In buona sostanza, appare abbastanza evidente che la differenza fra subtweeting e backstabbing è ne fatto che, benché siano entrambi forme di attacco indiretto, il primo è più dovuto all'impulso del momento e in qualche modo mette comunque in campo l'attaccante, mentre il secondo è più ragionato e anche se dagli esiti più incerti, lascia ampi margini di anonimato a chi lo attua.

Concludendo, veniamo alla parte in cui cerco di rendermi utile, tentando a casaccio di dire cose sagge e sensate.

Adesso che sapete come si chiamano due cose che conoscevate già, dovreste farle?
Ovviamente no!
Ma vi rendete conto di che razza di masturbazioni mentali stiamo parlando?
Fate l'ammore (vero), non la guerra (virtuale). Ma che vi frega di scaramucciare on the web. Internet è forse la più grande invenzione dell'ultimo secolo e davvero "una benedizione di Dio", e quindi andrebbe usato come fanno tutte le persone più sane: per postare gattini, guardare video da ridere, musicali e non, trovare porno, fare giochini stupidi, rimorchiare, ecc.

Se davvero qualcuno vi ha fatto una puttanata, come tradirvi o fregarvi il posto o parlare male alle vostre spalle, secondo voi, qual è la migliore vendetta? Postare qualcosa che gli farà capire chiaramente che state rosicando? Perdere tempo a coltivare rabbia e dolore applicandovi sull'oggetto del vostro odio? O magari impiegare questo tempo sulla persona che vi ama di più al mondo, ovvero voi stessi, e finire per postare piuttosto una bella foto di voi in splendida forma su una spiaggia inondata di sole fra le braccia di un/a figo/a stratosferico/a, causando magari un intenso rosicamento al simpaticissimo rivale in questione? 

O, meglio di tutti, la totale, reciproca indifferenza sui reciproci sentimenti? 

E se foste voi l'obiettivo di queste Belle Cose?
Nel caso del subtweeting, vi consiglierei innanzitutto di chiedervi: sicuri sicuri che sia rivolto a voi? Vi rendete conto, vero, che il web è pieno di gente che vi somiglia e che fa le stesse cose sceme che fate voi? E che la paranoia è una brutta cosa? Magari, prendete in considerazione una vacanza. Dal web, ma anche in generale.

Io (ehm) ho "un po'" di contatti virtuali, scrivo "un bel po'" e in linea di massima esprimendo me stessa uso la delicatezza di un caterpillar, quindi in teoria dovrei ritrovarmi una coda di paglia piccola come l'A1.

E invece nonon penso mai che qualche post sia contro di me. Anzi. Sono assolutamente convinta che il mondo sia un bel posto, che la gente sia fondamentalmente buona e che in particolare tutti mi adorino. Se c'è qualcosa che davvero non sono, non sono paranoica, come mi fa sempre notare anche Ludwig, il mio unicorno rosa. 



Questo è Ludwig. Ludwig, non fare il timido, saluta i lettori.

Ma se il subtweettatore non avesse (volutamente o meno) lasciato adito a dubbi, creando un messaggio trasparentemente rivolto a voi, in tal caso vi invito a pensare: non è una cosa meravigliosa??
Quella persona vi sta pensando tanto!

Vi pensa, eppur vi teme: considerate il suo messaggio alla stregua di un omaggio, un cesto di frutta esotica (seppur un po' marcia) lasciato furtivamente da un indigeno tremante ai piedi di un idolo terribile scolpito nella pietra prima dell'alba.

E nel caso in cui i suoi amici si uniscano al coro dei fischi, tripudio: voi avete un fan club!
Siete popular come Joker, Darth Vader o Crimilde. Non siete mediocri come quelli che mugugnano contro di voi nascondendosi dietro dei sottintesi. E quindi, davvero volete abbassarvi al loro livello replicando? Fate un po' voi, eh.

In caso di backstabbing, c'è bisogno che ve lo dica? Se siete andati a spifferare i vostri più reconditi segreti al primo conosciuto in rete senza nessun criterio di valutazione o filtro, non è questione di raggiro, ma darwiniana. 


Sui segreti potremmo aprire un file infinito, sulle cotte prese chattando poi non ne parliamo: l'unica cosa che mi sento di scrivere come essenziale, è di cercare di comportarsi come nel real. Ovvero come ad esempio se anziché in chat foste su un autobus o in treno. Andateci leggeri, se riuscite. E' vero che a volte capita l'eccezione, ovvero quella persona con cui si scopre di avere delle affinità incredibili e alla quale si sente di poter raccontare tutto, ma ammetterete che se la persona da voi eletta a vostra anima gemella è la stessa che ha creato un account apposta per fregarvi, questo non depone molto a favore della vostra capacità di giudizio.


Inoltre, in linea di massima detesto fare la morale, ma è d'uopo ricordarvi che non è bello parlare male. Per quanto suoni poetico, mica è sempre vero che dal letame nascano i fior, ed è possibile che anzi il suddetto vi torni indietro sotto forma di pallate. Quindi, se possibile, evitate di esternare il vostro disappunto sparando a zero su amici, colleghi e familiari. Riflettete sul concetto di: retto pensare = retto parlare. 

Se avete qualcosa che non vi sta bene, provate a dirlo direttamente al diretto interessato. O non vi lamentate se poi si verrà a sapere grazie a qualcuno pronto a diffondere il vostro verbo. 

Oppure, siete perfettamente consapevoli di tutto quanto cui sopra, ma non vi interessa fatto, avendo raggiunto già da tempo l'aureo stato di 



Who Cares?


E allora, ovviamente, non esiste subtweeting o backstabbing che possa più raggiungervi.