giovedì 11 febbraio 2016

Non so / Non ricordo

Nelle ultime settimane ho dato una mano a mio figlio maggiore per gli aspetti formali (ovvero i più noiosi, come l'impaginazione e la bibliografia) della sua tesi di laurea.

Visto che si sta specializzando in Criminologia, si tratta di una tesi sperimentale in neuroscienze sui bias della memoria nella testimonianza, ovvero per spiegarla grossolanamente, come la gente pur essendo convintissima di aver assistito ad un fatto, in determinate circostanze può toppare di brutto.

I laureandi hanno girato dei video dove, ad esempio, sembra che gli attori stiano per fare alcune azioni (ma NON le compiono effettivamente). Facendo vedere queste scene ai soggetti dell'esperimento ed interrogandoli dopo un po' di tempo, visto che la mente mente e a quanto pare si semplifica la vita riportando i ricordi a dei modelli coerenti e conclusivi, gli stessi soggetti (sper)giuravano di aver visto compiere quelle azioni.

Così, intanto sappiate che quelle creature che fino a ieri giocavano con le macchinine nella loro cameretta è bastato un niente perché oggi siano nelle aule universitarie a escogitare nuovi e scientifici metodi per ingannare il genere umano, ma poi, casomai vi servisse un'ulteriore conferma, che non potete fidarvi della vostra memoria.

Io per esempio ne sono certa da sempre e spero di averne fatto una virtù professionale.
Da una parte invidio le persone alle quali chiedi un'informazione e cominciano a snocciolarti risposte anche relative a diverse anni prima con la disinvoltura di un computer; dall'altra non ho mai superato la diffidenza dei processi che si basano sulla memoria individuale (che può essere influenzata dalle opinioni), anziché sulle evidenze oggettive, e comunque valutando il mondo col mio grado di attendibilità (sotto lo zero), mi sono organizzata per non dover fare affidamento né su di me né su nessuno, raccogliendo, conservando, gestendo ed organizzando i dati nella maniera più efficiente possibile. I dati mi piacciono molto più delle parole. Mi piacciono le cose così come sono.
In pratica, non avendo testa, ho optato per avere un hard disk (e ottimi sistemi di backup).

Sinceramente non ricordo come facessi prima dell'avvento dei pc. Forse ero più giovane e meno smemorata. Forse mi segnavo le cose a mano. O forse semplicemente avevo meno cose da ricordare.
Quello di cui sono certa, è che ho una memoria senz'altro selettiva e partigiana. E decisamente noncurante.
Quando mi imbatto in qualcuno che con puntiglioso risentimento mi ingaggia per enumerarmi dei torti (non parlo di rapimenti o massacri del villaggio natio, ma ad esempio delle ricorrenti frecciatine della suocera, magari ormai abbondantemente defunta) subiti anni addietro, mi tocca fingere empatia mentre sopra di me si forma il fumetto del pensiero:
"Ma come c****o fai a ricordarti ancora di certe cose?"
Io da iraconda lo so: affronto le contrarietà in modo rapido e virulento, buttando fuori tutta la negatività immediatamente. Lascio che il bubbone esploda e dolga quanto deve. Come la peste nera, ammettiamolo.
Dopodiché però metto sulla ferita risanata un cerottino con su scritto "whocares", e me ne dimentico.

Più che dimenticarmi, perdo interesse, che probabilmente è anche più efficace.

Ammetto senza pudore di considerare spesso il passato più in quanto risultato della storia che ci ho ricavato: una storia funzionale che deve star lì neutra, a fare da base inerte al presente, che è ciò che mi interessa davvero.

Lì dentro ci sono, come per tutti, gioie e dolori, ovvero esperienze e come tali ogni tanto le rianalizzo, ma sono a catalogo, lì, nel passato.

Stamattina un mio collega mi ha chiesto allegramente: "Tu cosa facevi da adolescente?"
E vabbé, sarà anche che non avevo ancora preso il caffé, ma per risposta ha ricevuto uno sguardo equivalente a "Mi bucavo e prostituivo allo Zoo di Berlino."
Per i più sagaci: "Impiccati con l'amarcord."

Parlando con mio figlio della fallacia della memoria, lui mi ha detto:
"La cosa essenziale da capire è che la memoria è influenzata dalle emozioni."
E' così. Ho capito che l'unica risposta che ho alla domanda di stamattina è: "Studiavo, avevo amici, mi divertivo. Non capivo niente." O che ho archiviato il decennio dai 30 ai 40 con un: "Uh, che stress!"

Poi inevitabilmente non ho potuto non pensare ai cyborg.

Casomai non risultasse chiarissimo il nesso, è doveroso da parte mia specificare che per me tre cose sono le più belle al mondo: i gatti, gli alberi e i cyborg.
Ok, i cyborg non esistono ancora, ma io ho una buona immaginazione e li immagino bellissimi.
Ne consegue che penso piuttosto spesso (e volentieri) a queste tre cose e può capitare che entrino in parecchi dei miei ragionamenti.

Un cyborg teoricamente avrebbe una memoria esatta. Si ricorderebbe tutto.
Ricorderebbe tutti i momenti ingloriosi degli altri, esattamente.
Beccherebbe tutte le incoerenze, quindi tutte le bugie.
Non costruirebbe un'immagine consolante o migliorativa né di sé né della realtà.
Non commetterebbero mai due volte lo stesso errore.
Si ricorderanno ogni momento della propria esistenza, ogni istante vissuto, ricevendo ed elaborando ogni sensazione, ogni immagine, ogni informazione dal mondo e dagli altri così come è.

Più ci penso, più li adoro, ma non so quanto staranno simpatici al resto del mondo.


venerdì 22 gennaio 2016

Viaggiare leggeri

Se non fossi consapevole del fatto che si tratta di una domanda di pura cortesia, alla domanda: "Come stai?" attualmente la mia risposta sincera sarebbe:
"Guarda, dopo un'infanzia strana, una gioventù per lo più inconsapevole, dei trent'anni dove sono stata la mia peggior nemica e un inizio di quaranta dove ho avuto ancora isolati strascichi di autolesionismo, incredibilmente da un paio d'anni sono piuttosto soddisfatta del mio comportamento. Riesco a fare scelte migliori, riflettere e vedo dei buoni risultati in tutti i campi della mia vita."

Cosa è successo?
Sostanzialmente, sono andata per difetto.
Nel senso che, anziché cercare cose migliori, ho puntato a liberarmi delle cose negative.
Ha funzionato benissimo.
C'era un sacco di ciarpame nella mia vita che mi appesantiva. Idee, convinzioni, attitudini.

L'altra sera prima di cena scorrevo dei commenti su facebook (contrariamente all'idea dell'immaginario collettivo non ho l'abitudine di portare il mio smartphone al bagno - sia per motivi igienici sia perché lì preferisco passare il tempo conversando con le gatte - così i 4 eroi che mi leggono ora sanno di ricevere eventuali post da un luogo presentabile) e leggevo delle opinioni decisamente contrarie alle mie su un argomento che non citerò, ma sul quale sapevo di poter intervenire con competenza e cognizione di causa.

Ora: non so se abbiate visto Inside Out, ma proprio come in quel film potete immaginare il mio conflitto interiore impersonificato da 2 figurine che si agitavano dentro la mia testa.

Il primo, che potremo tranquillamente chiamare L'OminoIncazzoso, era già lì, con l'ascia bipenne affilata, aggrappato alla rete dei neuroni come alle transenne di una curva di ultrà.
L'OminoIncazzoso assomiglia moltissimo a Cirillo, il pupazzo a forma di demonietto al quale mia Madre era teneramente affezionata. E' tutto rosso. Ha un gonnellino nero tipo highlander infernale con una bretella sola e un corno spuntato. Avrebbe un aspetto decisamente badassico, se non fosse un essere immaginario di dimensioni microscopiche. Io e l'Ominoincazzoso siamo amiconi e compagni di battaglie e baldorie fin dalla mia prima infanzia. 

"Vaivaivai che a questi mò gli famo il culo!"
(va da sé che l'OminoIncazzoso attinge a tutto l'idioma natìo di Mamma Roma)

Lì accanto, c'era SeiStataBrava.
SeiStataBrava è una donnina di mezza età che si è puppata un sacco di libri, e non solo i testi fondamentali del buddismo, ma molti altri. E' piccola, rotondetta e indossa una mise bianca a metà fra la tunica Jedi e (sospettosamente) un pigiama. Non è di molte parole, però m'ha tenuto compagnia in molte occasioni. Per esempio quando da ragazza passavo ore a far addormentare i miei figli piccoli, o negli anni successivi quando ero stanca morta ma continuavo a lavorare, o quando m'è capitato di trascorrere del tempo accanto a persone a cui volevo bene per curarle o aiutarle. Ogni volta, alla fine, l'ho sentita lì accanto a me, sorridente. 
Spesso però le è capitato di subire dall'OminoIncazzoso, che è sempre stato decisamente più vivace, divertente e convincente di lei. Tante volte dopo che avevo affrontato, insultato a sangue, atterrato  qualcuno scambiando infine un trionfale cinque alto col mio piccolo guerriero, l'ho vista ritirarsi in silenzio portando negli occhi la domanda che però l'altra sera ha avuto voce per farmi.

"Servirà a qualcosa?"

La mia esitazione e il mio sorriso sono bastati ad entrambi per capire.

"Stai davvero a da' retta a sta' cretina?! Sei diventata 'na smidollata,'na poveraccia, 'na vecchia!"

"Senti, sai che facciamo? Mo andiamo a preparare la cena. Così ti faccio usare quel coltello giapponese di ceramica che ti piace tanto. E magari più tardi ci vediamo anche un paio di video di haka maori. Ma solo se fai il bravo."

martedì 19 gennaio 2016

Dematerializzazione

Sto ancora piangendo David Bowie, sto ancora elaborando il suo passaggio verso l'Olimpo.

E ora è morto anche Ettore Scola.
Il suo film La Famiglia era uno dei miei topoi, una delle mie componenti interiori.
La sua Famiglia mi aveva ricordato (o forse, meglio, creato nostalgia nell'ideale de) la mia tanto puntualmente, che nello scorrere del tempo penso di aver finito per confonderle, di aver adottato i suoi personaggi e creduto di aver vissuto negli stessi luoghi della rappresentazione, anziché del ricordo.
La Famiglia di Ettore Scola era parte di me.
Anche La Terrazza era lì, aggrovigliata nelle mie sinapsi come una conchiglia in una rete per sempre in fondo al mare, incoerentemente ma nitidamente in compagnia degli editoriali di Oreste Del Buono di Linus e i film di Fantozzi che mi immalinconivano da piccola.

In pochi giorni ho visto morire un altro autore di una parte che io ho sempre identificato come essenziale e costituente me stessa.

Mi sento come se camminando in un paesaggio astratto io mi stessi scomponendo in forme primarie e le stessi perdendo in pezzi per strada.

Mi sento come se mi stessi dematerializzando.

Robert Smith sta bene, vero? E' una fortuna che non ci frequentiamo di persona, perché in questo periodo potrei diventare molto apprensiva nei suoi confronti.

Eppure quello che mi hanno lasciato queste persone è ancora con me: sono io.

Sto elaborando, ma il primo pensiero che ho avuto è stato che questo è il segno del tempo.
Loro mi hanno dato facendo di me ciò che sono: pur facendolo da anni per ruolo e circostanze, è il momento che io consideri con nuova consapevolezza ed impegno costante la funzione di dare a mia volta, di ritrasmettere, e pur nel mio piccolo e nel quotidiano, poter essere una Storia a beneficio di altri.

C'è forse un modo migliore per onorare chi c'è stato prima e ti ha donato tanto?

giovedì 14 gennaio 2016

Just like that bluebird

Siamo a giovedì, e posso dire che è stata una settimana complicata.
Sono tornata dalle ferie carica e piena di ottimi propositi: retto agire, retto pensare, ecc ecc...
Ero seriamente intenzionata a dare il massimo in famiglia, sul lavoro e in generale fare del mio meglio per migliorare il mondo.

Sabato mi sono messa a letto con la febbre. Ho vegetato per circa 48 ore in preda ai sintomi di un'influenza micidiale.
Lunedì mattina ho arrancato fino al pc, visto che dovevo per forza alzarmi per andare dal medico, e sono andata completamente in tilt.

Ho letto che David Bowie era morto.
Non sto qui a dilungarmi sulle reazioni che so di aver condiviso con molti.

Martedì ho riacceso il pc e ho letto che era scoppiata una bomba esattamente dov'ero pochi giorni prima.
Mi sono arresa e ho pianto tutte le mie lacrime.

Mi sono resa conto di non riuscire a trovare consolazione per la morte di David Bowie.
Dopo aver trovato da sempre incomprensibile il rapporto personale con alcune celebrità che vedevo vivere dalle mie amiche, mi sono ritrovata, e neanche con la scusante dell'adolescenza, a provare la stessa esperienza. Credo di poterlo attribuire alla sconcertante inconsapevolezza nella quale spesso ho seppellito accuratamente i miei attaccamenti più profondi.

L'esistenza di David Bowie mi ha sostenuta da sempre.
Ha fornito risposte consolanti a tutti i temi ricorrenti del mio immaginario: l'essere alieni caduti sulla terra, la nostalgia del futuro; soprattutto, il fatto di poter essere qualsiasi cosa si volesse essere.

Consolante, perché lui era la dimostrazione vivente che ognuno di questi temi, considerati devianti dai più, potevano essere trasformati in fattori vincenti, nell'essenza del cool.

David Bowie vedeva come me e tanti altri il mondo che fluttua, ma cambiando maschera, cantando, danzando, trasformava l'impermanenza in bellezza e trovava il senso per sé e per noi.

David Bowie diceva di sé di essere un artista "esperto in nulla", per cui curioso e libero di fare tutto, e anche se mentalmente io replicavo: "David, parliamone, tu a 22 anni hai scritto Space Oddity e sei un fottuto genio musicale."  però ho compreso e fatto mio il significato di questa definizione di artista.

Infatti David Bowie era il mio punto di riferimento, colui al quale invariabilmente pensavo riflettendo sul mio meme, sul virus mentale che mi porta a pensare a me stessa come un'artista.
Un'artista che però da ragazza studiava disegno e poi ha smesso; che non sa suonare né cantare, che scrive ma senza nessun interesse di piacere agli altri.
Dell'artista ho la libertà interiore, il desiderio profondo di creare bellezza e il piacere sincero nel creare.
Dell'artista mi manca il talento, il coraggio e soprattutto l'ambizione, il desiderio di incantare ed avere successo.

Per tanto tempo mi sono negata il piacere di creare perché sapevo che non sarei mai stata David Bowie (o Marguerite Yourcenar, o Van Gogh).

"Che mi metto a pasticciare io?" mi sono detta tante volte "Ci siete voi che siete fantastici. Non potrò mai neppure avvicinarmi e ogni tentativo è energia sprecata, un contributo all'entropia. Meglio mettersi a fa' una torta."

Poi martedì ho realizzato che si muore.

Così ho riconsiderato l'idea e credo di poter tollerare il fatto di produrre qualcosa che sia meno di un capolavoro immortale. Ho quasi 50 anni e quindi nessuno potrà scambiare i miei se non per gli innocui passatempi di una Signora. Penso di essere pronta ad accettare l'idea della mia imperfezione e svagarmi come tutti.

Anche questo fa parte dei propositi di vivere più serenamente, cercare armonia ed essere più gentile (e non sto scherzando ora, perché sono consapevole del fatto che la spigolosità del mio carattere derivi dalla mia difficoltà a convivere con l'imperfezione, che sia mia o altrui).

Pertanto mi dedicherò (debitamente nel tempo libero) a creare. A pastrocchiare cose imbarazzanti, a scrivere storie assurde che prometto di non obbligare nessuno a leggere, ma infine lo farò. Liberamente.

E come nel film il Cielo sopra Berlino, io credo che lo farò immaginando di avere sempre e comunque un nume tutelare - diciamolo, giacché per vivere come voglio devo avere il coraggio di liberarmi soprattutto dall'imbarazzo - un angelo custode che mi dirà, come sempre ha fatto:
Sii Libera.

giovedì 24 dicembre 2015

Il mio sogno debosciato (post di auguri)

Una cosa che m'ha sempre sconcertato è quel modo di dire ricorrente:
"Ah! Il problema principale è sapere cosa si vuole..."
Dico, ma davvero?
Io so perfettamente da anni cosa voglio.

Avendo la sublime fortuna di festeggiare in una sola settimana natale e compleanno (da piccola la consideravo una sfiga immonda; da adulta mi consolo pensando sia stato il primo indizio della mia connaturata efficienza) ogni anno il 24 dicembre io chiudo gli occhi, mi concentro e raccogliendo tutti i sentimenti esprimo questo desiderio:

"Caro Babbo Natale,
caricami sulla slitta e trasportami in un mondo parallelo dove io possa vivere come una di quelle fatue signore di campagna dei romanzi di Wodehouse.
Io desidero vivere in una bellissima e sconfinata tenuta stile Downton Abbey, MA senza tutte quelle complicazioni tipo guerremondiali E IN PIU', giacché ci stiamo sbizzarrendo, vorrei il benefit di un bel PC con tutte le versioni di THE SIMS installate!"

Così potrei passare il resto dei miei giorni nella mia biblioteca giocando circondata da cani e gatti, con il più grosso problema costituito dalla crescita delle rose nella serra. Se mi andasse di fare un po' di moto potrei scendere in giardino a far spostare qualche aiuola o persino fare qualche passeggiata a cavallo fino al (mio) lago.

E' un desiderio da debosciati?
Ne sono impudicamente consapevole.

E' un sogno irrealizzabile?
Ne sono sconsolatamente consapevole, già da prima di aggiungere la variante "The Sims", una decina di anni fa.

E' per questo che da tanto tempo non ho aspettato la tenuta e la serra e tutte quelle cose per quanto bellissime che i libri mi hanno fatto e ancora mi fanno sognare e mi sono messa a pedalare per ottenere cose - diciamocelo - normali, ma in queste cose normali un po' della bellezza dei miei sogni: non una biblioteca ma una grossa libreria, non cento ma tre gatti, non un parco ma un terrazzo fiorito. E se giochi nel salotto di casa tua o in una biblioteca alla fine il risultato non cambia, perché il divertimento va da sé che dipende dal gioco e da te.

Così alla fine, dovendo fare degli auguri (perché questo era lo scopo del post, in effetti), potrei scrivere:

  • Pur non avendo mai visto il mio sogno esaudito, io continuo ogni anno a sognarlo (e non solo questo sogno debosciato!), perché ho capito che sognare di per sé è la gioia e il regalo, e quindi auguro a tutti di poter fare lo stesso;
  • Visto che non ricevendo riscontro ad una richiesta così ragionevole alla fine mi sono arrangiata per conto mio e anche se oggi non sono Lady Lumen di Simsville (come - diamine!- sarebbe stato appropriato) sono ugualmente felice, auguro DAVVERO di tutto cuore a tutti di riuscire ad essere autonomamente felici; 
  • Per ultimo: fatemi stare tranquilla. Il problema principale NON E' sapere cosa si vuole, vero? Questa è LA cosa più importante, quella che auguro più di ogni altra. Non nasciamo tutti uguali: che desideriate gioco, amore, benessere, una famiglia numerosa oppure solitudine; divertimento sfrenato oppure silenzio, auguro con tutto il cuore che ne siate consapevoli, che abbiate perseguito e stiate perseguendo il vostro Desiderio, la vostra reale natura e quindi la vostra felicità. Perché le persone così, quelle consapevoli e votate alle felicità, sono anche quelle in grado di rendere felici gli altri e migliorare il mondo.

mercoledì 16 settembre 2015

La Salsa di San Bernardo

Dicono che invecchiando si perda in memoria a breve termine, ma si recuperino le memorie più vecchie.
Ovviamente questo è un problema che ancora non mi può riguardare, però intanto visto che oggi inaspettatamente ho recuperato un ricordo passato molto gradevole, come un meraviglioso giocattolo spuntato fuori da un baule in soffitta, gli do una bella spolverata e lo ripongo qui, prima di ridimenticarmene.

Riguarda una storia che mi raccontava spesso mio nonno Giorgio, appassionato di favole e cucina, a tavola.

LA SALSA DI SAN BERNARDO
C'era una volta un Principe che aveva perso l'appetito.
Inutilmente i migliori cuochi del reame si affannavano attorno alla sua tavola per proporgli i più ricercati piatti, i più originali manicaretti: inutilmente. I piatti d'oro, le stoviglie finissime rientravano nelle cucine intoccate.
Furono interpellati medici, esperti e persino maghi, finché un giorno una vecchia che viveva a corte da tempo immemorabile consigliò:
"Quello che occorre è la Salsa di San Bernardo. Qualsiasi piatto, anche il più umile cibo ti parrà irresistibile, condito con questo magico accompagnamento. Tuttavia, la Salsa di San Bernardo si trova solo nel Convento dei Monaci sopra il Monte, e questo si può raggiungere solo in dovuto pellegrinaggio, a piedi e con il solo aiuto di un bastone."
"Se è questo che devo fare," replicò il Principe "lo farò."
Così la mattina seguente si destò prima dell'alba e si incamminò a piedi in pellegrinaggio verso il Convento posto sulla cima del Monte. Il sole era già alto quando lui e il suo stremato e polveroso seguito giunsero a vedere i tetti del Convento.
Gli umili monaci, sorpresi da tanto onore, si affannarono ad accogliere l'ospite reale, il quale li rassicurò sul fatto di voler desinare esattamente con quello che avrebbero mangiato loro stessi per pranzo, condito, ovviamente, con la famosa Salsa.
Così si misero a tavola, condividendo una ciotola di zuppa di erbe e poche fette di pane nero, ma condite dalla Salsa.
Enorme fu la meraviglia del Principe!
Niente mai gli era sembrato in vita sua più buono, più gustoso!
Pulì la sua ciotola fino a farla splendere, e di pane, per quanto un po' raffermo, ne mangiò finché la buona educazione glielo permise.
Al momento di congedarsi, fu con sincera umiltà che inginocchiandosi di fronte al Priore chiese la ricetta della Salsa, promettendo solennemente di non infrangere il segreto.
"Ma non è segreta, figliolo." rispose il Priore sorridendo "Eccola." E gli consegnò una pergamena con gli ingredienti e tutte le istruzioni per la preparazione.
Il Principe con tutto il seguito rientrò a Corte, e con una lietezza che non provava da anni la mattina dopo si svegliò nel proprio letto di piume, pregustando un futuro di pasti prelibati.
Ma giunta l'ora di pranzo, niente che assaggiò gli sembrò all'altezza di ciò che aveva mangiato al Convento. Tutto appariva di nuovo insipido e insulso.
"Avete seguito per bene la ricetta?" chiese preoccupato ai cuochi.
"Sicuro, Maestà!"
Il giorno dopo, il cibo gli parve ancor peggiore.
"E' una ricetta complicata? Avete problemi a trovare qualche ingrediente?" si informò accigliato.
"In verità è assai semplice e ci siamo sforzati a realizzarla con i prodotti migliori sul mercato." risposero i cuochi, vagamente preoccupati per le proprie teste.
Poiché il Principe era certo di avere già i migliori cuochi reperibili nel reame e d'altra parte il ricordo del pranzo al Convento lo tormentava sempre più, prese una decisione drastica.
La mattina dopo si svegliò che il sole non era ancora sorto e seguito da tutto il proprio seguito, affranto all'idea di una nuova scarpinata, si reincamminò verso la cima della montagna.
Quando i monaci li videro apparire all'ora di pranzo, sorrisero e aggiunsero i coperti a tavola.
Di nuovo il Principe sperimentò la magia della Salsa: quella bontà pazzesca, quella voglia di mangiarsi piatti, bicchieri e posate.
Dopo pranzo, chiese al Priore di parlargli in privato.
"Mi dovete aiutare, Padre. La ricetta non funziona!"
"Eppure, è quella corretta."
"Sì, ma fatto a corte lo stesso cibo non è buono! Io non ritrovo l'effetto della Salsa di San Bernardo. Deve mancare qualcosa! "
Il Priore ci rifletté. Poi andò allo scrittoio e scrisse una nota su una pergamena che consegnò al Principe.
"Con questo, dovreste poter ritrovare l'effetto della Salsa di San Bernardo in qualsiasi cibo."
"Ma è fantastico! Lo consegnerò stasera stessa ai miei cuochi!"
"Non è per i cuochi: è per voi."
Incuriosito, il Principe srotolò la pergamena. Sopra c'era scritto:
"CAMMINA OGNI GIORNO PIU' CHE PUOI E GUADAGNATI LAVORANDO IL CIBO CHE MANGI."

Visto che era un bravo Principe, comprese e da quel giorno riuscì a ritrovare l'appetito.
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A questa storia sono molto affezionata, non solo perché da piccola mi piaceva, ma perché poi l'ho raccontata ai miei figli da piccoli ed è piaciuta anche a loro, tant'è che quando sono stanchi ed affamati anche adesso che sono grandi mi dicono: "Mamma, c'è la Salsa di San Bernardo!"

Una nota curiosa è che googlando per cercare se questa favola fosse già stata trascritta non l'ho trovata, ma ho scoperto che la Salsa di San Bernardo come ricetta esiste e si ritiene creazione di un Monastero a Catania.
Come il mio romanissimo Nonno conoscesse una favola di origini siciliane non lo saprò mai, ma il fatto che la Salsa esista mi fa ulteriormente sorridere.

lunedì 20 luglio 2015

Io mi ricordo

Uh, sì, ok: fa caldo.
Bella scoperta: è estate.
Inutile lamentarsi, soprattutto dannoso agitarsi. Anche perché fa venire ancora più caldo.

L'altro giorno, con la mia usuale predisposizione d'animo solare e positiva, riflettevo:
"Ahimé, ahimé misera, più che il presente ciò che mi tormenta è il ricordo di ciò che non ho più. Non sarebbe stato meglio non avere lunghe estati di libertà e divertimento da ricordare?"
Oggi, ripensandoci meglio, sono giunta ad una saggia conclusione:
"Col cavolo!"

Ho avuto bellissime estati, e poiché sono abbastanza vecchia da poterlo fare, ora mi abbandono anche, senza alcun rimorso, al tediosissimo gioco del ricordo.

Io mi ricordo...

Mi ricordo che l'estate era lunghissima, da giugno a settembre, al Circeo con i nonni. E i nostri genitori a lavorare a Roma, in vacanza da noi fino ad Agosto.

Io mi ricordo che detestavo stare sulla spiaggia e volevo sempre fare il bagno. Avevo un'amica adulta cui chiedevo di farmi compagnia, la signora Jorio. La signora Jorio mi piaceva perché era seria, mi trattava come una piccola persona e mi raccontava storie interessanti. Quindici anni dopo ho scoperto che era la sorella di Enzo Siciliano.

Io mi ricordo che nel giardino del Circeo potevo passare ore con Pippo, il mio cocker spaniel. Sugli archetti delimitanti le aiole vedevo le cicale compiere lentamente la loro muta, osservavo con tenerezza quei mosconi verde erba pallido liberarsi lentissimamente dei loro gusci, distendere le loro ali venate di nero ancora molli al sole e poi arrampicarsi sull'albero dove avrebbero frinito per il resto dell'estate. Impedivo a Pippo di dar loro fastidio. Quando i gusci abbandonati sugli archetti erano secchi, con l'assenza di schifo dei bambini li prendevo e glieli davo da mangiare ridendo, come patatine.

Mi ricordo che passavo ore a cercare conchiglie e vetri spiaggiati e sassi luccicanti.

Mi ricordo la mia mascherina da sub ad oblò, che mi infilavo ancor prima di imparare a nuotare per scoprire i gamberetti fra le alghe del porticciolo, i pesci ago, e l'incredibile meraviglia della trasparenza dei cavallucci marini.

Mi ricordo la mia ossessione di accompagnare i nonni. Nonno la mattina alle sette a fare la spesa, col sonno e il freddo che faceva, dopo un inverno passato a maledirli. "Roberta, perché non resti a letto?" "NO, io vengo con te!". Il pomeriggio dopopranzo sotto la canicola con mia nonna a giocare a bridge all'Hotel: ore ed ore passate a fissare vecchie signore che parlavano a bassa voce in giardini di ghiaia ed oleandri. Ora quell'Hotel ha chiuso e sembra un posto di fantasmi. E' tutto così diverso che sembra un altro mondo. I giardini sono deserti ed abbandonati; le vie che ora sono piene di gente, all'epoca erano deserte. Ricordo che una volta andando vidi una creaturina scura infilarsi in un tombino. "Nonna, un gattino!" E lei, rigida come un pezzo di legno: "Roberta, quello è un ratto!"

Mi ricordo la mia amica del cuore delle vacanze, La Sabrina, La perché veniva ogni anno da Milano. Aveva una madre bionda così bella e così cool che mi metteva soggezione. La Sabrina un anno era andata in America e aveva imparato l'inglese. Quando beccava un sassolino nella scarpa faceva Ouch!, pronunciato Auc! e non so se lei abbia continuato a dirlo, ma a me l'ha attaccato per il resto della vita, tant'è che ancora lo dico, ormai senza pensarci: Ouch!

Io mi ricordo le notti del dieci di agosto passate con mia sorella Biri arrampicate sugli spalti del tennis a cercare le stelle cadenti e finite a guardare le lucciole e giocare fra noi, forse perché di desideri da esprimere non ne avevamo.

E la pignatta da un quintale, bollente, di pollo coi peperoni che mio Nonno ci preparava ogni Ferragosto, perché "era tradizione", che avrebbe steso un battaglione.

Le piogge torrenziali dopo ferragosto che trascinando i campi del tennis trasformavano la strada di fronte a casa nostra in un fiume rosso.

E poi le cose che credo ricordino tutti: il cinema all'aperto, i temporali estivi pieni di fulmini guardati sul mare, le case bianche, le scogliere, il blu infinito.

Ero piccola e nello stabilimento guardavo da lontano i ventenni abbronzati con curiosità reverente, come Dei alieni. Quando sarò grande...

Ora lo so.
Quando sarò grande senza accorgermene diventerò una noiosa che si scioglie di amarcord.
Ma è una pazzia pensare di essere tormentati dai bei ricordi. E' una fortuna, una fortuna immensa averne. Sono felice di richiamarli, e poi li fisso qui perché non voglio che vadano perduti come lacrime nella pioggia.

Ora mi piacerebbe un bel temporale estivo.